Covid-19/

Alberto Credi

È professore ordinario di chimica all’Università di Bologna e associato con incarico di ricerca all’Istituto per la Sintesi Organica e la Fotoreattività del Cnr. E’ direttore scientifico del Center for Light Activated Nanostructures (CLAN), un laboratorio congiunto Università-Cnr per lo studio di sistemi molecolari fotoattivi avanzati. L’obiettivo della sua ricerca, per la quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero, è lo sviluppo di dispositivi, macchine e materiali molecolari in grado di svolgere funzioni utili. Su questi temi ha pubblicato quattro monografie e circa 300 articoli scientifici, e è stato invitato a presentare i prori risultati a oltre 100 conferenze. E’ coordinatore di numerosi progetti di ricerca, fra cui un Advanced Grant ERC, e dal 2015 è presidente del Gruppo Italiano di Fotochimica.

La luce ultravioletta può far male al virus (ma anche alle persone)

L’irraggiamento con radiazione ultravioletta per combattere il SARS-CoV-2 negli ambienti è un’idea valida e condivisibile tra gli scienziati, e merita di essere approfondita. E’ però necessario specificare che la radiazione dev’essere del tipo UV-C, e precisamente ad una lunghezza d’onda di 207-222 nanometri. Inoltre bisogna considerare che l’efficacia e la mancanza di rischio per la salute umana dipende dall’intensità e durata dell’esposizione. Le radiazioni ultraviolette (non soltanto l’UV-C) sono potenzialmente pericolose per gli esseri umani e devono essere utilizzate solamente sotto stretto controllo di personale esperto.
Nell'immagine: UV Light in a photography studio (Robertgombos, Wikimedia).

In un articolo pubblicato sulla rubrica Scienze di Repubblica il 30 Aprile scorso, intitolato “La luce (ultravioletta) può far male al virus”, Marco Tedesco descrive la ricerca del gruppo del Prof. Brenner della Columbia University Medical Center di New York.