Politiche per il cambiamento climatico: serve una bussola

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Pakistan, 6 ottobre 2018, un abitante della Urak Valley cammina sul fondale prosciugato del lago Hanna. (Photo by BANARAS KHAN / AFP)

Sembra ragionevole prendere sul serio le allarmanti e incalzanti prospettive che giungono da diverse parti, tra cui l’ultimo rapporto IPCC, secondo cui abbiamo poco tempo per evitare che il cambiamento climatico sortisca effetti pesanti e probabilmente irreversibili. È difficile tuttavia identificare una strategia coerente, che consideri i passi da percorrere dal punto di vista tecnologico, energetico, economico e societario.

Il Regno Unito sembra più avanzato di altri Paesi, almeno nella pianificazione strategica, ma a sua volta soffre di una crisi politica senza precedenti. Già del 2008 aveva approvato una legge che stabiliva una riduzione delle emissioni di gas serra pari all’80% dell’aumento dal livello pre-industriale, da realizzare entro il 2050. Questo obiettivo si è ora allineato con quello dell’Unione Europea, pari al 100% entro il 2050. Non è chiaro tuttavia quale strategia concreta consenta il raggiungimento di questa meta, nonostante l’esistenza di ottimi documenti sulle scelte energetiche1.

Molte incertezze sulle strategie climatiche

Quello che è più allarmante è che, specialmente per gli aspetti economici e produttivi, si sentono voci contraddittorie. Due rapporti in particolare esprimono questa situazione, uno redatto da un nutrito gruppo di CEO di aziende multinazionali, oltreché di agenzie governative e della Gates Foundation (Business and Sustainable Development Commission), e l’altro dallo European Environmental Bureau. Mentre il primo documento è molto ottimistico sul fatto che il perseguimento dei Sustainable Development Goals (SDG) avrà un impatto positivo sull’occupazione e sull’economia, il secondo documento è molto più negativo, e prospetta un ruolo abbastanza marginale per la green economy, in particolare riguardo alla sua capacità d'influenzare seriamente il cambiamento climatico.

La bussola dei Sustainable Development Goals

Il primo rapporto, originato dal Forum di Davos del 2016 e sottoscritto da imprese e governi, non nega l’urgenza della situazione, cui contribuisce anche la recessione economica. Esso constata che i salari nelle economie sviluppate sono rimasti stagnanti dagli anni ‘80, insieme a crescenti livelli di debito pubblico. Questa situazione induce le imprese a prospettive di breve termine anziché a investimenti e innovazione tecnologica sul lungo periodo. Il rapporto offre una visione alternativa, basata sulla promozione di strategie industriali e commerciali mirate alla realizzazione dei Sustainable Development Goals (SDGs), i 17 obiettivi sostenibili di sviluppo fissati dalle Nazioni Unite nel 2015 e che includono la lotta al cambiamento climatico. Secondo il documento della Commissione, perseguire gli obiettivi SDGs significa creare un mondo più sostenibile, giusto, sicuro sul piano ambientale, economicamente prospero e inclusivo. L’assunto generale, basato anche su ricerche empiriche, è che l’industria e il commercio hanno bisogno degli SDGs e viceversa, e lo sviluppo che da essi può originare creerà opportunità economiche per almeno 12mila miliardi di dollari, in quattro sistemi economici che sono stati analizzati, in particolare nei settori del cibo, agricoltura, salute, energia e sviluppo di materiali (cioè il 60% dell’economia globale).

Come il rapporto ammette, questo è un territorio ancora inesplorato, che implica sperimentazioni e un progressivo adeguamento a una visione circolare dell’economia, con grandi rischi ma anche grandi opportunità. La proposta va ben al di là della sola promozione della green economy, poiché prevede anche di migliorare drasticamente le condizioni di lavoro e la parità di genere. La stima è che essa potrebbe portare entro il 2025 a un beneficio per il PIL globale di 28mila miliardi di dollari. Perseguire gli SDGs, secondo il documento, può dare origine a 380 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030. (Ci permettiamo di manifestare qualche scetticismo sulla fattibilità di realizzare obiettivi così ambiziosi in così breve tempo).

Le azioni identificate per perseguire l’obiettivo generale includono l'inclusione degli SDGs nei programmi aziendali, presentadoli come la giusta strategia per il futuro: i prodotti devono ispirare i consumatori a effettuare scelte sostenibili, e la leadership aziendale deve promuovere l’eguaglianza tra generi, migliori condizioni di lavoro, salari adeguati e il rispetto dell’ambiente. Prendendo cibo e agricoltura ad esempio, l’adesione agli SDGs potrebbe significare un uso molto più sostenibile del territorio (tra cui la preservazione delle foreste) e dell’acqua, ma al contempo la creazione di nuove risorse per un totale di 2mila miliardi di dollari entro il 2030.

Un'alleanza fra politica e imprese

Questa ambiziosissima agenda implica naturalmente cooperare con la politica, in base all’argomentazione che le esternalità negative per l’ambiente verrebbero assorbite almeno in parte dalle imprese anziché dallo Stato e dai cittadini. L’ambizione è anche quella di interagire con la società civile e perfino con i sistemi fiscali, rendendoli maggiormente equi e progressivi. La Commissione vuole riguadagnare così la fiducia dei cittadini nelle imprese, dopo i gravissimi danni inferti dalla recessione e dalle reazioni che ne sono seguite (bail-out delle banche, politiche di austerità). Insomma un programma a tutto campo, ottimistico e progressivo. Ma è fattibile? Secondo il rapporto, metterlo in pratica richiede un investimento aggiuntivo di 2,4 triliardi di dollari l’anno, e il capitale necessario sarebbe disponibile. Le imprese che inizieranno il processo tempestivamente avranno, secondo il rapporto, 15 anni di vantaggio sulle altre.

La doccia fredda dell’European Environmental Bureau

Ma il punto di vista dell’European Environmental Bureau è una doccia fredda, e va quasi nella direzione opposta. La domanda cui questo documento vuole rispondere, e a cui viene data risposta attraverso una rassegna sistematica delle prove, cioè con un approccio empirico, è se la crescita economica e la sostenibilità ambientale siano compatibili. E le rispostre sono generalmente negative oppure non sostenute da prove empiriche.

La prima argomentazione è che la validità della scommessa della green economy si regge sull’assunto di una completa, ampia e rapida separazione tra sviluppo economico e sostenibilità ambientale in tutti i settori attualmente sotto pressione a livello ambientale (dunque non solo il cambiamento climatico, ma anche i cicli dell’azoto e del fosforo, l’uso dell’acqua e del suolo, e così via), ma non c’è nessuna prova empirica del fatto che questa separazione stia avvenendo o sia anche solo iniziata. La separazione (decoupling) o è solo relativa, cioè alla crescita economica si accompagna un modesto progresso in uno dei settori chiave, oppure è temporanea e di breve durata, in ambienti geograficamente circoscritti e con tassi molto modesti di mitigazione ambientale.

La green economy non basta

Vi sono almeno otto buone ragioni empiriche a sostenere lo scetticismo su un sostanziale contributo dell’economia verde a mitigare il cambiamento climatico:

  1. un costo crescente nella produzione di energia se consideriamo ogni singola fonte (cioè in assenza di sostituzioni tra le fonti di energia);
  2. effetti di rimbalzo; 
  3. miglioramenti di efficienza in un settore sono compensati o vanificati da un maggiore consumo della stessa fonte di energia, o da altri consumi (come acquistare un biglietto aereo grazie ai risparmi sull’energia domestica);
  4. spostamento dei problemi: la soluzioni tecnologiche a un problema possono crearne di nuovi o esacerbarne altri (per esempio, la produzione di veicoli elettrici esercita una pressione su risorse limitate come litio, cobalto e rame);
  5. l’impatto sottostimato dei servizi: i consumi energetici e i relativi impatti ambientali non sono affatto limitati al mondo della produzione primaria, e i servizi hanno un’impronta significativa aggiuntiva a quella della produzione agricola e industriale;
  6. un potenziale limitato per il riciclo: riciclare costa molta energia, e i tassi di riciclo nel mondo sono complessivamente molto bassi;
  7. un cambiamento tecnologico lento, insufficiente e inappropriato: l’attuale innnovazione non va abbastanza rapidamente nella direzione della mitigazione dei danni ambientali e della sostenibilità;
  8. lo spostamento dei costi ambientali: quanto di positivo è stato generalmente attribuito alla separazione (decoupling) tra sviluppo e sostenibilità è stato il frutto della esternalizzazione degli impatti ambientali dai Paesi ricchi a quelli poveri, consentita dagli accordi internazionali.

Considerare l’impronta ambientale associata all’aumento del PIL su una scala globale fornisce un quadro molto meno ottimistico

Attenzione al massimimalismo, serve anche realismo e responsabilità

Che conclusioni dobbiamo trarre da due rapporti così contrastanti? È chiaro che i quesiti che in particolare il rapporto dell’European Environmental Bureau pone sono cruciali, per esempio per sostenere la fattibilità della politica dei co-benefici lanciata da COP21 a Parigi e da noi stessi suggerita. Sarebbe opportuno trovare risposte rapide e convincenti ai dubbi sollevati dal rapporto e capire invece se l’ottimismo espresso dalla Business and Sustainable Development Commission è giustificabile e va dunque sorretto e perseguito.  

Su un piano più generale e filosofico, se il procedere del cambiamento climatico non sarà completamente distruttivo per la nostra civiltà, può trattarsi di uno shock positivo per noi. Per esprimersi con le parole di Hegel riprese dal filosofo Remo Bodei:

Se non fossero ammaestrati dalle catastrofi, gli uomini vivrebbero senza pensiero della possibilità di un futuro diverso dal presente, in un oblio delle cose da cui la loro situazione dipende, cose che attualmente operano al di fuori del loro limitato orizzonte2

Ci troviamo in un momento critico, in cui abbiamo bisogno sia dell’etica della convinzione sia dell’etica della responsabilità, le due virtù che secondo Max Weber dovrebbe avere il buon politico. Putroppo oggi sembrano largamente dominare le altre caratteristiche che il politico non dovrebbe possedere: un eccesso di soggettività e l’irresponsabilità, che si coniugano nel demagogo (oggi diremmo nel populista). Per etica della convinzione Weber intende il fatto di tenere sempre presenti i fini ultimi (ideali) delle proprie azioni. Tuttavia, senza un riferimento alla responsabilità e alle conseguenze delle proprie azioni, questo atteggiamento rischia di essere sterile e controproducente. Secondo Weber la linea di confine tra le due etiche è sottile e sfumata. Oggi non possiamo permetterci il massimalismo ambientale, ma al tempo stesso un’etica della responsabilità che proceda per piccoli passi e costanti compromessi può essere del tutto inadeguata alla sfida del cambiamento climatico e del degrado ambientale.

 

Note
1. UK Committee on Climate Change. Net Zero, Technical Report, London 2019
2. Remo Bodei, “Scomposizioni”. Il Mulino editore, Bologna, 2016, pagg. 62-63

 

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