Ricerca scientifica e sorveglianza sanitaria dopo il terremoto: la lezione che ci viene dall’Aquila

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Nel periodo successivo al terremoto del 2009 i ricercatori dell’Università dell’Aquila hanno analizzato l’impatto del sisma su diversi aspetti della salute dei cittadini, pubblicando numerosi articoli scientifici su riviste internazionali (più di 100). La ricerca scientifica, multidisciplinare, si è dimostrata, ancora una volta, un contributo importante alla resilienza di un luogo colpito da un disastro così grave.  Questa conoscenza scientifica però, come è dimostrato anche dall’esperienza di altri Paesi che hanno vissuto disastri simili, non sempre viene condivisa e diviene patrimonio comune delle Istituzioni e del sistema della sanità pubblica che opera localmente o a livello nazionale per mantenere e promuovere la salute dei cittadini.

Gli epidemiologi italiani, grazie all’Associazione italiana di epidemiologia (AIE) che tiene in questi giorni all’Aquila il suo Convegno di Primavera,  e all’impegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune dell’Aquila, hanno pubblicato un supplemento della rivista Epidemiologia & Prevenzione (L’Aquila: ricerca e sorveglianza dopo il terremoto del 2009 (Epidemiol Prev 2016; 40(2) suppl 1: 1-112)) che valorizza e discute il lavoro svolto in questi anni da tutti i soggetti in campo: ricercatori , studiosi, operatori della sanità pubblica e cittadini che hanno partecipato ai tanti lavori e alle tante azioni di sostegno alla salute della comunità. 

I frutti della ricerca

Numerosi e significativi sono i risultati raccolti nel supplemento di E&P prodotti dai gruppi di ricerca aquilani, tra i quali:

  • La rilevazione che meccanismi di resilienza e di crescita di capitale sociale sono intervenuti nel primo periodo successivo al terremoto e possono spiegare alcuni fenomeni inattesi come la maggior frequenza disturbi psichici correlati allo stress nella popolazione non clinica, l’aumento del numero di nascite e la diminuzione degli atti suicidari. 
  • La necessità per i servizi assistenziali, specialmente quelli rivolti a persone con handicap o condizioni croniche che richiedono trattamenti ripetuti (per esempio, pazienti neoplastici, uremici in dialisi) di predisporre programmi di gestione delle emergenze e del periodo immediatamente successivo, con un rapido ripristino nell’organizzazione di servizi centrati sulla persona, oltre al bisogno di sostenere il maggior rischio di burnout negli operatori.
  •  Nei contesti post-emergenziali, il lavoro pedagogico di ricostruzione educativa e culturale nelle scuole primarie può rivelarsi necessario sia per affrontare lo sviluppo delle capacità di resilienza delle generazioni più giovani sia per riattivare dinamiche della socialità utili a costruire atteggiamenti e comportamenti di cittadinanza attiva. 
  • Dopo il sisma la configurazione del territorio aquilano ha subito un’accentuazione della frammentazione e dispersione dell’abitato e della popolazione, condizionando più o meno fortemente le pratiche della quotidianità, indebolendo le reti di prossimità, fiducia e solidarietà e, di conseguenza, la socialità.
  • Le ricostruzioni post-sismiche, pur partendo dalla finalità di risanare i danni causati da un disastro naturale, sono esposte al rischio d’innescare una serie di disastri sociali che possono ripercuotersi sulla sfera della sanità pubblica.

Per il futuro

La risposta ai danni e ai rischi per la salute prodotti dai disastri (naturali e non solo) deve essere pianificata e organizzata molto prima dell’emergenza; elementi centrali dal punto di vista epidemiologico sono:

  • la capacità di analisi  attraverso l’uso integrato di sistemi informativi di dati correnti di popolazione e sanitari fruibili e di buona qualità, di sistemi continui di sorveglianza sanitaria e di indagini ad hoc;
  • la multidisciplinarietà, ovvero coinvolgimento di esperti delle scienze dell’ambiente, geofisici, chimici, tossicologi, sociologi, medici, epidemiologi per garantire una più completa analisi del fenomeno.
  • l’interazione culturale del mondo scientifico con gli operatori dei servizi della comunità per far convergere gli obiettivi dell’accademia e le aspettative delle comunità vittima del disastro.

Coordinarsi e prepararsi

Obiettivo dell’iniziativa è che i risultati prodotti all’Aquila diventino patrimonio comune, anche a livello nazionale, per essere più preparati  in caso di future emergenze. In particolare si vuole che la sanità pubblica, ambito in cui operano gli epidemiologi, sia preparata ad agire al meglio non solo nell’immediatezza della catastrofe, ma anche nel medio e lungo periodo.

Come detto da Marcia McNutt in un recente editoriale di Science, i biglietti da visita tra i diversi soggetti che operano nell’emergenza non vanno scambiati nel momento del disastro, quando è ormai tardi, ma prima. Bisogna prepararsi e sapere cosa si deve fare, organizzare e prevedere, sia  per far fronte all’emergenza, sia per avviare la sorveglianza sanitaria da attuare nel medio-lungo periodo.  Sorveglianza che nel caso dell’Aquila è stata messa in atto, ma che, se sostenuta da un sistema pensato e programmato in anticipo, avrebbe potuto produrre molta più conoscenza utile a livello locale, ma anche diventare patrimonio conoscitivo da spendere in futuro anche nel resto di un territorio notoriamente sismico come quello italiano.

Bisogna osservare, infatti, che la buona produzione scientifica rilevata nel capoluogo abruzzese è stata realizzata grazie all’impegno e all’interesse di singoli gruppi di ricercatori, e ha riguardato soltanto una parte dei problemi di salute che avrebbero dovuto essere oggetto di attenzione, limitandosi spesso a un follow-up ristretto (entro i due anni dal terremoto). E’ mancata - a L’Aquila come in molti altri posti nel mondo interessati da grandi terremoti - la tempestiva pianificazione, subito dopo l’evento, della sorveglianza dei gruppi di popolazione che il sisma ha reso più fragili: gli anziani, i soggetti con poli-patologie, quelli che hanno dovuto abbandonare la propria casa, quelli che hanno manifestato sintomi da stress post-traumatico, i portatori di disturbi mentali o del comportamento, i deprivati economicamente o socialmente, ecc. Inoltre non è stata condotta un’analisi continua e dettagliata della mortalità, dei ricoveri, dei consumi di farmaci, dell’uso dei servizi, ecc. Questo è in buona parte dovuto all’uso insufficiente che è stato fatto degli archivi sanitari e amministrativi locali e alla difficoltà di maneggiare queste fonti informative come strumento routinario di governo della sanità locale, ma che sicuramente si sarebbe giovato di una ‘’preparadness” organizzata per tempo.

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