Claudio Elidoro

Claudio Elidoro (1956), laureato in Astronomia all'Università di Bologna, divulgatore scientifico. Ha scritto numerosi articoli, pubblicati su riviste astronomiche italiane, circa i corpi minori del sistema solare.

In the Web:

https://plus.google.com/+ClaudioElidoro/posts
http://digilander.libero.it/elidoro

La sonda InSight arriva su Marte

InSight sulla superficie di Marte

InSight sulla superficie di Marte (immagine pittorica). La missione indagherà sull'attività tettonica, studierà il calore che sta ancora fluendo attraverso il pianeta e registrerà l'oscillazione di Marte nel suo cammino intorno al Sole. Crediti: NASA/JPL-Caltech

La sonda InSight atterrerà su Marte la sera di lunedì 26 novembre, dopo un lungo volo durato sei mesi; è la fase più delicata della missione

Kepler, il telescopio cacciatore di pianeti, va in pensione

Il telescopio Kepler

Dopo nove anni di missione, Kepler ha terminato la sua caccia: non solo ha osservato oltre mezzo milione di stelle individuando più di 2600 oggetti planetari, ma può anche vantare la scoperta di una sessantina di supernovae. Crediti: NASA/Ames Research Center/W. Stenzel/D. Rutter

La missione del telescopio spaziale Kepler si è conclusa dopo nove anni di ricerche. Kepler ha rivelato che nella nostra Galassia esiste un gran numero di pianeti extrasolari, molti dei quali simili alla Terra, e che non esiste un sistema planetario standard

Grosso guaio a Baikonur

La Soyuz MS-10 fotografata da Alexander Gerst, astronauta tedesco dell'ESA e attuale comandante della Stazione Spaziale Internazionale, postata su Flickr. L'autore scrive: "Sono contento che i nostri amici stiano bene. Grazie ai più di 1000 soccorritori! Oggi si è dimostrato ancora una volta quanto sia grande la Soyuz: nonostante una falsa partenza, l'equipaggio è stato sicuramente riportato sulla Terra. I viaggi spaziali sono difficili. Ma dobbiamo andare avanti, a beneficio dell'umanità."

Crediti: Alexander Gerst/Flickr. Licenza: CC BY-SA 2.0

Doveva trattarsi di una missione di routine. La Sojuz MS-10 avrebbe dovuto portare il cosmonauta russo Alexey Ovchinin e l’astronauta statunitense Nick Hague a bordo della Stazione spaziale internazionale per integrarne l’equipaggio attualmente composto dal tedesco Alexander Gerst (ESA), dal russo Sergey Prokopyev (Roscosmos) e dalla statunitense Serena Auñón-Chancellor (NASA). Qualcosa, però, è andato storto e il lancio è abortito dopo nemmeno due minuti di volo. Fortunatamente, nessuna conseguenza per l’equipaggio, ma inevitabili interrogativi e possibili ricadute sui prossimi voli.

Galileo, la lettera ritrovata

Particolare del ritratto di Galileo eseguito da Justus Sustermans. crediti: Wikimedia Commons. Licenza: pubblico dominio.

Lo scorso 2 agosto, indagando su testi a stampa di Galileo conservati in biblioteche inglesi alla ricerca di postille e commenti aggiunti da studiosi del Seicento, Salvatore Ricciardo (Università di Bergamo) si è imbattuto in qualcosa di assolutamente inaspettato. Tra i documenti conservati negli archivi della Biblioteca della Royal Society a Londra, infatti, Ricciardo ha ritrovato la lettera che lo scienziato pisano scrisse nel dicembre 1613 all’amico di origini bresciane Benedetto Castelli.

Una galassia mostruosa

Ricostruzione pittorica della galassia COSMOS-AzTEC-1. Le osservazioni condotte con ALMA hanno permesso di riconoscere la presenza di un massiccio disco galattico già formato e di almeno due addensamenti di gas al di fuori di esso. La struttura, inoltre, è caratterizzata da uno smisurato ritmo di formazione stellare: il tasso con cui vengono prodotte le stelle in quella primordiale galassia è oltre mille volte quello che caratterizza la nostra Via Lattea. Crediti: National Astronomical Observatory of Japan

Grazie al decisivo apporto delle antenne cilene di ALMA, un team di ricercatori ha ottenuto la più dettagliata mappa di una galassia primordiale mai realizzata finora. La galassia dista 12,4 miliardi di anni luce, dunque la stiamo osservando in un’epoca in cui l’Universo non aveva neppure un miliardo e mezzo di anni. Lo studio ha messo in mostra che ci troviamo in presenza di un oggetto davvero insolito, non solo per la sua struttura, piuttosto complessa per un’epoca così primordiale, ma anche per il forsennato ritmo di produzione stellare che lo caratterizza.

Nell'abbraccio del Sole

Interpretazione artistica di Parker Solar Probe in avvicinamento al Sole. Obiettivo della missione è raccogliere dati sull’attività solare e migliorare le nostre capacità di prevedere eventi meteorologici spaziali potenzialmente pericolosi per la vita sulla Terra. Crediti: Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/NASA

Bloccato sulla torre di lancio, a un paio di minuti soltanto dal lift off, con un sensore che segnala pressioni anomale nel circuito dell’elio del razzo vettore Delta IV Heavy: niente male come inizio dell’avventura spaziale di Parker Solar Probe.

Antichi sconvolgimenti galattici

Ricostruzione pittorica dell’incontro tra una galassia come la Via Lattea e una galassia più piccola. Le tracce lasciate da un incontro di questo tipo, avvenuto tra gli 8 e i 10 miliardi di anni fa, sono state individuate nei dati dinamici e chimici delle stelle osservate da Gaia. Crediti: V. Belokurov (Cambridge – UK)

La ricostruzione è una rielaborazione dell’immagine dell’interazione delle galassie NGC 5426 e NGC 5427, note collettivamente con il nome di Arp 271. Crediti: ESO/Juan Carlos Muñoz

Solamente qualche mese fa mettevamo in giusto risalto la pubblicazione di Gaia DR2, il secondo catalogo dei dati collezionati dal fantastico satellite dell’ESA. Gli addetti ai lavori hanno da subito messo in evidenza quanto fosse cruciale che Gaia avesse raccolto una simile mole di dati stellari e quanto fosse importante la sua affidabilità e il numero di stelle coinvolte.

Il lago sotterraneo di Marte

Rappresentazione pittorica della sonda Mars Express in azione intorno a Marte. Nella parte superiore dell’immagine è riportato il segnale radar acquisito da MARSIS che rileva la risposta della superficie del pianeta (in alto), degli gli strati ghiacciati della calotta polare (zona intermedia) e l’intensa discontinuità (colorata in azzurro) riconducibile ai depositi di acqua salmastra. Crediti: ESA/INAF/Davide Coero Borga-Media INAF

La possibilità che vi potesse essere acqua allo stato liquido su Marte era già stata ventilata almeno tre decenni fa. Non c’era nessuna prova concreta, ma considerazioni termodinamiche avevano portato Stephen Clifford (Lunar and Planetary Institute) a suggerire nell’agosto 1987 che al di sotto delle regioni polari del Pianeta rosso si potessero nascondere bacini di acqua liquida.

La lunga rincorsa di Hayabusa 2

All’immagine pittorica della sonda Hayabusa 2 è stata sovrapposta una panoramica di Ryugu, catturata lo scorso giugno, in cui sono già ben visibili molte caratteristiche superficiali (crateri, grossi macigni,…) dell’asteroide. L’insolita forma e la rapida rotazione del corpo celeste, completata in 7 ore e 38 minuti, lo rendono ancora più interessante per i planetologi. Crediti: Go Miyazaki – JAXA

Spinta per tre anni e mezzo dai suoi quattro motori a ioni di Xeno, la sonda giapponese ha percorso oltre tre miliardi di chilometri e alla fine non ha mancato il suo bersaglio: a partire da metà giugno Hayabusa 2 ci ha finalmente svelato il vero – e curioso – aspetto dell’asteroide Ryugu. Caratterizzato da composizione carboniosa e con dimensioni di circa un chilometro, Ryugu appartiene alla classe dei NEA, gli asteroidi che percorrono orbite che li conducono, periodicamente, ad avvicinarsi al nostro pianeta e attraversarne il cammino celeste.

Curiosity, il metano e altre sorprese

Selfie del rover Curiosity nel sito di campionamento chiamato Okoruso, sul Naukluft Plateau del Monte Sharp. L’autoritratto combina più immagini scattate l’11 maggio 2016. Davanti al rover, circondato da detriti grigiastri, è visibile il foro creato dalla trivella di Curiosity per raccogliere un campione di roccia da analizzare; nei pressi è visibile anche parte del materiale avanzato e scaricato al suolo dopo averne affidato la giusta quantità a CheMin, il laboratorio di analisi chimiche e mineralogiche di cui è dotato il rover. Crediti: NASA / JPL-Caltech / MSSS

Ufficialmente si chiama Mars Science Laboratory (MSL), ma per tutti quanti è Curiosity, il rover più complesso e tecnologico tra quelli che hanno gironzolato finora sulla superficie di Marte. Da quando è arrivato sul Pianeta rosso, il 6 agosto 2012, questo laboratorio mobile lungo 3 metri e pesante circa 900 kg ha percorso oltre 19 chilometri, collezionando dati accurati sulla composizione dell’atmosfera, trivellando rocce, raccogliendo campioni di suolo marziano e analizzandoli con la batteria di strumenti che compongono il SAM (Sample Analysis at Mars).

Marte, sfida anche psicologica

Gli astronauti Kate Rubins (a sinistra) e Jeff Williams (a destra) osservano dalla cupola della Stazione spaziale l’arrivo di una navetta SpaceX Dragon con i rifornimenti. Sullo sfondo si nota la rassicurante immagine della Terra, un elemento che contribuisce a rendere meno pesante (e stressante) la lontananza da casa imposta dalle lunghe missioni sulla ISS. Elemento sul quale gli equipaggi in rotta verso Marte non potranno certo contare. Credits: NASA.

Ulteriore campanello d’allarme per le future missioni verso il Pianeta rosso. Oltre alle ben note problematiche tecnologiche e ai rischi per la salute degli astronauti si dovranno mettere in conto anche i problemi di natura psicologica e le difficoltà connesse a un proficuo lavoro di gruppo.

A fare il punto su questo importante aspetto della sfida marziana ci ha pensato un dettagliato studio apparso sull’ultimo numero della rivista American Psychologist interamente dedicato agli aspetti scientifici del lavorare in team.

Via Lattea, il catalogo è questo

Questa visione d’insieme della Via Lattea non è propriamente una fotografia, ma piuttosto una mappa. È stata realizzata con le singole misurazioni di circa 1,7 miliardi di stelle effettuate dal satellite Gaia. In essa è raffigurato circa un centesimo del numero complessivo di stelle della nostra Galassia. Crediti: ESA/Gaia/DPAC, A. Moitinho / A. F. Silva / M. Barros / C. Barata, University of Lisbon, Portugal; H. Savietto, Fork Research, Portugal.

Nei giorni scorsi è stato rilasciato Gaia DR2, il secondo imponente catalogo dei dati raccolti dal satellite Gaia. Si tratta del più completo atlante stellare mai realizzato finora, un’incredibile fiumana di dati riguardanti quasi un miliardo e settecento milioni di stelle della Via Lattea. Una vera manna per gli astronomi, che avranno a disposizione non solamente i dati sorprendentemente precisi delle posizioni in cielo di quelle stelle, ma anche le informazioni che riguardano il loro moto proprio, la parallasse, la luminosità e il colore.

Una affascinante storia del dove

Splendida immagine della Via Lattea che aleggia sulle rovine del tempio di Demetra (Isola di Naxos - Grecia). Credits: Constantine Emmanouilidi - infectionphotography.com

Dove finisce il mondo? Domanda da bambini, quasi una fastidiosa presa in giro per noi, indaffarati uomini del XXI secolo. Eppure, dietro a una domanda così banale può nascondersi qualcosa di incredibilmente complesso e, nello stesso tempo, estremamente affascinante. Complessità e fascino che Tommaso Maccacaro e Claudio Tartari ci invitano a gustare nella loro Storia del dove - Alla ricerca dei confini del mondo, edito da Bollati Boringhieri (Torino 2017, pp. 147, € 14).

Tiangong-1 e rottami spaziali

Tiangong-1 è una stazione spaziale davvero semplice se la paragoniamo alla Stazione spaziale internazionale. Sostanzialmente è formata da un corpo cilindrico del diametro di 3,5 metri e lungo 10,4 dal quale si dipartono due batterie di pannelli solari. Il volume abitabile pressurizzato è di 15 metri cubi e il peso complessivo è di 8,5 tonnellate. Crediti: China Manned Space

Sono trascorsi solamente poco più di sessant’anni dallo storico lancio dello Sputnik 1 che decretò l’inizio dell’era spaziale, eppure – dati ESA del gennaio 2017 – sono già stati effettuati oltre 5.250 lanci ufficiali che hanno messo in orbita circa 7.500 satelliti.

Febbre d'astronauta

Il nostro astronauta Luca Parmitano (ESA) a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Primo italiano ad effettuare un'attività extraveicolare nello spazio, poco dopo l’inizio della sua seconda uscita è stato costretto a rientrare per il pericoloso accumularsi di acqua nel casco della sua tuta spaziale. Crediti: ESA/NASA.

Prima era solamente un sospetto che emergeva dai racconti degli astronauti, ora i dati raccolti da un team di ricercatori lo provano senza ombra di dubbio: tra le conseguenze di una prolungata permanenza nello spazio dobbiamo mettere anche la febbre. Un importante tassello va dunque ad aggiungersi alla nostra comprensione dei meccanismi fisiologici che si attivano quando abbandoniamo la superficie del nostro pianeta.

Un nuovo cacciatore di mondi

Veduta notturna delle tre cupole di ExTrA sotto un cielo spettacolare in cui spiccano gli asterismi di Orione, appena alla destra del centro, e dell'ammasso stellare delle Pleiadi, verso sinistra. Crediti: ESO/Petr Horálek.

All’Osservatorio di La Silla, sulle Ande cilene, ha iniziato la sua attività un innovativo sistema composto da tre telescopi per l’osservazione infrarossa dedicati alla ricerca e allo studio di pianeti extrasolari. Gli strumenti a disposizione dei cacciatori di pianeti, dunque, si arricchiscono di un nuovo importante elemento, ghiotta occasione per fare il punto di questa ricerca.

‘Oumuamua, l’intruso d’altri mondi

Raffigurazione pittorica di ‘Oumuamua, il primo e unico asteroide interstellare scoperto finora. Le osservazioni, prontamente compiute da numerosi osservatori, indicano che si tratta di un oggetto scuro, rossastro, con composizione rocciosa o metallica e dalla struttura estremamente elongata. Da quanto ci è dato di sapere, insomma, ‘Oumuamua sarebbe completamente differente da tutti gli oggetti del Sistema solare a noi noti. Crediti: ESO/Martin Kornmesser.

In fondo ce lo aspettavamo. Con l’abbondanza di sistemi planetari esistenti nella nostra Galassia, è pressoché inevitabile che un oggetto sfuggito da uno di essi possa passare dalle parti del Sole. Considerando le situazioni confermate, a tutt’oggi siamo a quota 2.780 sistemi per un totale di 3.710 pianeti, ma se mettiamo in conto anche le situazioni in attesa di conferma i numeri lievitano a 6.339 pianeti in 5.152 sistemi planetari.

Filamenti cosmici e materia mancante

Istantanea di una tipica simulazione computerizzata dell’evoluzione dell’Universo in cui appare la misteriosa struttura spugnosa del Cosmo. Di questa immensa ragnatela tridimensionale è artefice la materia oscura (in viola nell’immagine) che, con la sua azione gravitazionale, plasma i lunghi filamenti, li collega tra loro con nodi e obbliga la materia ordinaria a concentrarsi nelle regioni con densità più elevata. Le galassie (in bianco) si trovano dunque nei punti più densi della struttura e sono maggiormente concentrate nei nodi, dove si raggruppano in ammassi e superammassi. Interessante osservare come gran parte del “volume” dell’Universo sia occupato dalle immense regioni desolatamente vuote che si estendono tra i filamenti. - Visualizzazione: Frank Summers, Space Telescope Science Institute.

Tra i molti problemi che astronomi e cosmologi si trovano a dover districare vi è anche quello della materia mancante. Le attuali teorie e i dati provenienti dallo studio della radiazione cosmica di fondo, il cosiddetto eco fossile del Big Bang, hanno suggerito quale potrebbe essere la composizione del Cosmo.

Un’astronomia tutta nuova

Due stelle di neutroni spiraleggiano l’una intorno all’altra: un evento incredibilmente energetico che ne farà un corpo solo è già scritto nel loro futuro. Se l’evento è vicino a noi, le increspature dello spazio-tempo generate dall’evento sono già alla portata degli attuali rilevatori di onde gravitazionali. Crediti: R. Hurt/Caltech-JPL.

Quella del 16 ottobre 2017 è una data destinata a finire nei libri di storia dell’astronomia. Nel corso di un evento internazionale con contributi di ricercatori da Washington (collaborazione LIGO-Virgo), Monaco (ESO) e Venezia (ESA) è stato dato l’annuncio che, per la prima volta, è stata osservata la controparte visibile di una sorgente di onde gravitazionali.

Florence e gli altri asteroidi che "sfiorano" la Terra

Un asteroide passa vicino alla Terra. Credit: ESA / P. CARRIL.

Non è certo una novità che un asteroide, nel corso della sua orbita, finisca col ronzare dalle parti del nostro pianeta. Finché in questo passaggio mantiene le dovute distanze, la Terra e i suoi abitanti non corrono alcun rischio. Anzi, il passaggio può costituire una ghiotta occasione per sapere qualcosa di più della popolazione di questi corpi celesti potenzialmente pericolosi. Proprio quanto è capitato lo scorso 1° settembre, quando l’asteroide 3122 Florence è passato a circa 7 milioni di chilometri dalla Terra.

La lunga strada per il Pianeta rosso

Marte. Credits: Shutterstock/mr.Timmi, NASA.

Marte è sempre di più nel mirino delle Agenzie spaziali di tutto il mondo, sia nazionali che private. Il progetto di gran lunga più ambizioso non è certo farvi orbitare nuove sonde o atterrare nuovi rover, bensì quello di una missione umana. Le recenti prese di posizione della NASA e dello stesso Elon Musk, però, sembrano mettere un drastico freno ai facili entusiasmi. Proviamo a fare il punto su questa impegnativa sfida spaziale, pericolosamente al confine tra scienza e fantascienza.

Addio, fantastica Cassini

In questo fotogramma del film di animazione Cassini's Grand Finale la distruzione della sonda dopo l'ingresso nell'atmosfera di Saturno. La fine della missione è prevista per il 15 settembre 2017. Credit: NASA/JPL-Caltech.

Ormai manca davvero poco. Ancora un’orbita, spingendosi di nuovo con audacia tra Saturno e il suo anello più interno, poi il tuffo finale durante il quale, per un paio di minuti, la sonda riuscirà a violare l’atmosfera di Saturno prima d’essere distrutta. Occhio al calendario, dunque: il prossimo 9 settembre la sonda Cassini compirà l’ultimo sorvolo del pianeta, passando a poco meno di 1.700 chilometri dalla sommità delle sue nubi, mentre il 15 settembre sarà il giorno dell’addio.

​​​​​​​Le luci che ci rubano il cielo

Con questa fotografia dal titolo molto evocativo di "Guiding light to the stars", l’astrofotografo australiano Mark Gee si è aggiudicato il primo premio del concorso Astronomy Photographer of the Year 2013 per la categoria "Earth and space". Nonostante l’UNESCO abbia da tempo sottolineato l’importanza di preservare il cielo notturno quale fondamentale patrimonio dell’umanità, è sempre più difficile poter gustare panorami come quello catturato nell’immagine. (Fonte)

Grazie alla complicità del clima, nelle calde serate estive è più frequente la tentazione di dare un’occhiata al cielo notturno e agli astri che lo punteggiano. Un desiderio che, purtroppo, rimane troppo spesso inappagato. I nostri cieli, infatti, stanno diventando ogni anno sempre più lattiginosi permettendoci di distinguere solamente gli astri più luminosi, e anche quelli a fatica. Tecnicamente si parla di inquinamento luminoso e, contrariamente a quanto si possa pensare, la sua deleteria presenza non arreca disturbo solamente agli astronomi e agli amanti del cielo notturno.

Spazio: radiazioni più pericolose del previsto

Lavori di costruzione sulla Stazione Spaziale Internazionale. Credit: NASA.

La fantascienza ci ha ormai abituati a salire a bordo di potenti astronavi in grado di trasportarci dovunque nello spazio, inducendoci inevitabilmente a sottovalutare quanto possa essere letale questo ambiente. Oltre alle eccezionali sfide tecnologiche che si dovranno affrontare e vincere, infatti, lo scenario di un viaggio spaziale, specialmente una missione di lunga durata, porta inevitabilmente con sé terribili rischi.

Ma il Sole è figlio unico?

Splendida immagine del Sole catturata dal telescopio spaziale SOHO (Solar and Heliospheric Observatory) il 16 luglio 2000. La ripresa è stata effettuata alla lunghezza d’onda di 195 Angstrom, il che significa che il materiale luminoso che osserviamo nell’immagine ha temperatura di circa un milione e mezzo di gradi Kelvin. (Crediti: SOHO - ESA e NASA)

Una recente ricerca su una regione di formazione stellare in Perseo confermerebbe che le stelle come il Sole non nascono isolate, ma a coppie. Col passare del tempo, poi, alcuni di questi sistemi stellari mantengono vivo il loro legame, altri no. Quasi doveroso, dunque, indagare su quale fine possa aver fatto l’eventuale fratello del Sole.

Quel buio oltre la siepe

Davvero curioso che, proprio nell’epoca in cui ci sembra di aver raggiunto le vette più alte della conoscenza di quanto ci circonda, scopriamo che da questa conoscenza è esclusa la stragrande maggioranza dell’Universo stesso. Ciò che riusciamo a vedere con i nostri occhi e con i potenti e sofisticati telescopi di cui dispongono gli astronomi, infatti, è solamente il 5% dell’intero Universo. E il resto?

Quel Giove che non t’aspetti

Fantastico collage delle riprese del Polo Sud di Giove catturate da JunoCam nel corso di tre distinti passaggi; al momento degli scatti la sonda si trovava poco più di 50mila chilometri al di sopra delle nubi di Giove. Grazie alla particolare elaborazione cui è stata sottoposta l’immagine, risultano molto evidenti i complicati meandri che caratterizzano le nubi di Giove e gli ovali chiari dei numerosi cicloni, anche di 100 chilometri di diametro, che vi imperversano (Crediti: NASA/JPL-Caltech/SwRI/MSSS/Betsy Asher Hall/Gervasio Robles).

Dalla pubblicazione dei primi risultati delle indagini della sonda Juno emerge un ritratto del pianeta Giove molto differente da quello che conoscevamo. I dati raccolti dagli strumenti della sonda della NASA stanno mostrando un pianeta ancora più enigmatico e dai tratti più estremi di quanto ci si potesse aspettare. Un’autentica sorpresa per i planetologi.

Che cosa racconta la volpe di Gobekli Tepe?

Un recentissimo studio, interpretando le incisioni megalitiche di Gobekli Tepe come accurate registrazioni di osservazioni astronomiche, propone l’interessante collegamento con il cosiddetto evento del Dryas recente, responsabile dell’improvviso e intenso abbassamento di temperatura verificatosi circa 12 mila anni fa. Un collegamento che, inevitabilmente, riporta con forza alla ribalta una teoria astronomica proposta negli anni Ottanta da Victor Clube e William Napier.

Grandi scoperte su Cerere

Sono ormai due anni che la sonda Dawn, dopo aver egregiamente compiuta la sua esplorazione di Vesta, orbita intorno a Cerere e ne studia le caratteristiche. Non è certo ancora giunto il momento di stilare bilanci definitivi – Dawn rimarrà operativa almeno fino a tutto il 2017 – ma i traguardi raggiunti finora suggeriscono di fare il punto su quanto la sonda della NASA ci ha rivelato, fino alla recentissima scoperta firmata da ricercatori italiani di composti organici su Cerere.

Cerchiamo sulla Terra le tracce del caos celeste

Questa formazione rocciosa nei pressi di Big Bend (Texas) mostra l’evidente alternarsi di strati di scisto e calcare sul fondo marino durante il tardo Cretaceo. In questi strati è racchiusa la registrazione di 87 milioni di anni di reciproca interazione orbitale tra Marte e la Terra in grado di influenzare il clima del nostro pianeta. (Crediti: Bradley Sageman, Northwestern University)

Galassie col vento nei capelli

Confessiamolo: in barba a ogni divieto, tutti noi almeno una volta ci siamo affacciati al finestrino di un treno in movimento e abbiamo sperimentato sul volto la potente azione dell’aria dovuta alla velocità. Si tratta di un fenomeno tutto sommato abituale, che possiamo sperimentare anche durante una corsa o una pedalata. In fisica viene definito ram pressure e lo si spiega chiamando in causa il fatto che il nostro moto non avviene nel vuoto, ma deve fare i conti con il gas atmosferico.

Com'è regolare la materia oscura!

L’analisi dei dati raccolti da un’innovativa indagine su 15 milioni di galassie ha portato un team di ricercatori a concludere che la materia oscura è più diluita nello spazio di quanto si pensasse finora. Lo studio, di prossima pubblicazione su MNRAS, contraddice dunque il modello di distribuzione di questa elusiva componente dell’Universo tracciato dalla missione Planck. Ma andiamo con ordine.

Sotto il cuore di Plutone

L’analisi dei dati raccolti dalla sonda New Horizons durante il suo rapido flyby di Plutone nel luglio 2015 sta mettendo in luce caratteristiche sorprendenti del pianeta nano. Una serie di studi pubblicati nel numero di Nature di inizio dicembre sono dedicati alla regione denominata Sputnik Planitia e suggeriscono interessanti retroscena ipotizzando ribaltamenti orbitali, calotte di ghiaccio e persino un oceano sotterraneo.

La ricerca sulla Luna non tramonta mai

Nei giorni scorsi, due tra le più prestigiose riviste scientifiche hanno presentato importanti studi riguardanti il nostro satellite. Mentre Science ha pubblicato due ricerche sulla struttura e sulla formazione dell’immenso Mare Orientale, su Nature è apparso un nuovo scenario per la nascita della Luna, in grado di chiarire alcuni spinosi problemi finora irrisolti. Lo studio del nostro satellite, insomma, non è affatto passato di moda.

Doccia fredda per ExoMars

Raggiunto Marte dopo sette mesi di viaggio, ExoMars si è separato nei giorni scorsi nelle sue due componenti: l’orbiter TGO e il lander Schiaparelli. Inizialmente, la delicata fase di discesa di quest’ultimo verso la superficie del pianeta sembrava si fosse completata con successo. Poi, inaspettata, la doccia fredda: segnale perso un minuto prima del contatto con il suolo marziano.

Grazie, Rosetta!

Venerdì 30 settembre, alle 13:19 italiane, la sonda Rosetta ha terminato la sua missione posandosi sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Missione lunga e faticosa: prima la rincorsa alla cometa durata oltre 3800 giorni e culminata il 6 agosto 2014 con l’inserimento orbitale intorno al corpo celeste, poi lo studio ravvicinato della superficie cometaria e, nel novembre 2014, l’emozionante e in parte sfortunata discesa del lander Philae.

Asteroidi, nuova frontiera?

Dalla rampa di lancio di Cape Canaveral è appena iniziato il lungo cammino spaziale che condurrà OSIRIS-REx verso l’asteroide Bennu. Dopo lo studio particolareggiato dell’asteroide, la missione prevede di recuperare un campione della sua superficie e di riportarlo a Terra. Missione ambiziosa, dunque, che farà da apripista ad altri progetti spaziali ancora più ambiziosi.

Materia oscura sempre più sfuggente

Sono stati diffusi i risultati dell’esperimento LUX e chi confidava di riuscire finalmente a stanare la materia oscura dovrà attendere ancora un po’. Dai rilevatori che, in una miniera abbandonata in Sud Dakota, tengono accuratamente sotto controllo 370 chili di xeno liquido non è infatti arrivata nessuna segnalazione. Ma la caccia continua…

Juno: dopo il viaggio, il duro lavoro

Giunta felicemente a destinazione dopo quasi cinque anni di viaggio, la sonda della NASA si accinge a studiare Giove, il gigante del Sistema solare. Per farlo, Juno dovrà affrontare condizioni di lavoro proibitive e correre notevoli rischi. Prima che la sonda cominci il suo arduo compito, esaminiamo da vicino quali acrobazie sarà chiamata a compiere e quali strumenti metterà in campo per strappare al pianeta i suoi segreti.

Onde gravitazionali: due ottime notizie

Periodo davvero propizio per chi si occupa di onde gravitazionali. Anzitutto LIGO ha rilevato le tracce di un’altra fusione di buchi neri: un evento che ha coinvolto oggetti meno massicci di quelli responsabili del segnale dello scorso settembre, ma che si è manifestato con un segnale più prolungato. Altrettanto importante, poi, la pubblicazione dei primi risultati ottenuti da LISA Pathfinder: ottime referenze per l’ambizioso progetto di un osservatorio spaziale per onde gravitazionali.

Altra tappa cruciale per E-ELT, il telescopio europeo Extremely Large.

Giornata storica per l’astronomia europea. Il 25 maggio, con una solenne cerimonia tenutasi a Garching bei München (Germania), è stato ufficialmente firmato il contratto tra l’ESO (European Southern Observatory) e il Consorzio ACe per la costruzione delle strutture dell'E-ELT. Si tratta del più grande contratto mai stipulato per l'astronomia da terra, un contratto che apre la strada alla costruzione della cupola e della struttura portante di un telescopio che promette di essere il più grande occhio mai spalancato verso il cielo.

L’Universo simulato di Illustris

Gli strumenti osservativi di cui dispongono gli astronomi hanno loro permesso di farsi un’idea meno vaga dell’Universo che ci circonda. E’ pur vero che, stando agli ultimi risultati che ci ha consegnato il satellite europeo Planck, abbiamo imparato che nel nostro Universo la materia ordinaria – quella di cui siamo composti noi, la Terra e le stelle – non ammonta neppure al 5% del suo conten

Onde gravitazionali: la lunga caccia

E’ passato un secolo da quando Albert Einstein ne aveva suggerito l’esistenza e finalmente i sofisticati rilevatori di LIGO sono riusciti nell’ardua impresa di catturare le onde gravitazionali. Un’impresa storica, per la quale c’è già chi si sbilancia a ipotizzare il Nobel. Intanto, con l’annuncio dello scorso 11 febbraio possiamo dire che è nata ufficialmente una nuova branca dell’astronomia. Ma perché abbiamo dovuto aspettare cento anni?

Perché ci è voluto un secolo dalla teoria di Einstein

La missione lunare cinese promette novità sul Mare Imbrium

Oltre che un “grande passo per l’Umanità”, come suggerito da Neil Armstrong, e un’incredibile iniezione di fiducia per le capacità tecnologiche degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica – ricordiamo che si era in piena Guerra fredda - le missioni con equipaggio verso la Luna segnarono una svolta nello studio del nostro satellite.

La parola a LISA Pathfinder, l’apripista

L’inizio della storia di questa missione spaziale risale a molti anni fa. Il suo nome era SMART-2 e avrebbe dovuto prendere il largo nel 2006. Il progetto, frutto della collaborazione tra ESA e NASA, prevedeva che i dati ottenuti dalla missione avrebbero permesso entro il 2011 di dare il via a una missione ben più impegnativa, dedicata a individuare - finalmente - le onde gravitazionali.

Marte, l’acqua e il Sole

Ormai quello dell’acqua su Marte non è più l’annuncio epocale di un tempo. Se volessimo ripercorrere le numerose tappe di questa scoperta, dovremmo elencare i contributi delle numerose sonde e dei rover che, nel corso di quattro decenni, hanno studiato l’arida superficie del Pianeta rosso. Per chi fosse particolarmente interessato a questa emozionante saga, si suggerisce come punto di partenza questa pagina di Wikipedia.

La strana stella nel Cigno

Distante poco meno di 1500 anni luce in direzione della costellazione del Cigno, KIC 8462852 è una delle oltre 100 mila stelle che l’osservatorio spaziale Kepler tiene costantemente sotto controllo. Costruito dalla NASA e lanciato nel marzo 2009, Kepler misura a intervalli di circa mezz’ora la luminosità delle stelle affidate alla sua cura (sparse in una zona di 115 gradi quadrati tra le costellazioni del Cigno e della Lira) cercando possibili cali di luce dovuti al passaggio di un pianeta davanti al disco stellare.

Strani ammassi globulari

Osservazioni della galassia ellittica gigante Centaurus A effettuate con il Very Large Telescope hanno permesso di individuare una nuova classe di ammassi globulari di massa insolitamente elevata. Al loro interno si potrebbero nascondere buchi neri supermassicci oppure una notevole (e inattesa) quantità di materia oscura. Situazioni entrambe impreviste e difficili da inquadrare in ciò che sappiamo di questi importanti agglomerati di stelle. 

La galassia più lontana

Studiare le galassie più distanti - dunque osservare sistemi stellari quando erano in giovane età - è di fondamentale importanza per i cosmologi. Solo riuscendo a determinare le caratteristiche delle galassie nelle profondità dello spazio e del tempo, infatti, può offrire la chiave per comprendere come questi sistemi si siano evoluti fino alle galassie che oggi osserviamo nell'Universo vicino.

Giove, il viaggiatore

Non è certo una novità l'idea che Giove abbia esercitato un ruolo chiave nell'evoluzione del Sistema solare. Per esempio, è dal 1886 che gli astronomi, grazie all'intuizione di Daniel Kirkwood, sono a conoscenza di come la presenza del pianeta gigante - grazie al meccanismo delle risonanze dinamiche - abbia scolpito la distribuzione delle orbite dei corpi che popolano la Fascia principale degli asteroidi.

Il potente soffio del quasar

Quando gli astronomi - si era nella seconda metà degli anni Cinquanta - scoprirono in cielo alcune sorgenti radio particolarmente intense il cui segnale sembrava provenire dal nulla rimasero piuttosto perplessi. Immagini più profonde acquisite qualche anno più tardi mostrarono che quelle emissioni sembravano provenire da oggetti puntiformi, dall'aspetto stellare. Questo spiega perché, nel maggio 1964, all'astrofisico Hong-Yee Chiu venne in mente di battezzarle con il nome di

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  • Nascita di un quartetto

    Non lasciamoci ingannare dalla solitudine del Sole: quasi la metà delle stelle, infatti, appartiene a sistemi multipli, cioè a coppie o terzetti di astri in orbita reciproca. A dispetto di questa incredibile abbondanza, però, le fasi evolutive iniziali dei sistemi stellari multipli sono ancora poco conosciute. Il motivo principale è che queste fasi embrionali si svolgono - ovviamente - in regioni molto ricche di polveri e gas, coltri estremamente efficaci nel nasconderci quanto accade al loro interno.

    La cometa in prima pagina

    Il prossimo 2 marzo saranno trascorsi esattamente 11 anni dal lancio di Rosetta. Missione cometaria completamente differente da quelle che l'hanno preceduta. Anzitutto non ci troviamo di fronte a una missione mordi-e-fuggi, come sono state finora quelle che hanno portato una sonda spaziale a transitare nei pressi di una cometa (si pensi alla storica missione della sonda europea Giotto con la cometa di Halley, oppure alla Deep Space 1 con la cometa Borrelly o la Stardust con la Wild 2, giusto per citarne alcune).

    Pianeti nell'ombra?

    Tra le date significative che riguardano la nostra conoscenza del Sistema solare bisogna senza dubbio collocare anche quella del 30 agosto 1992. In quella notte, osservando dal Mauna Kea (Hawaii), David Jewitt e Jane Luu individuano 1992 QB1, un oggetto che orbita nella regione al di là di Nettuno.

    Una vicina turbolenta

    Distante da noi circa due milioni e mezzo di anni luce, la galassia di Andromeda è tra gli oggetti celesti più distanti che possiamo osservare a occhio nudo. Da quando, a metà degli anni Venti del secolo scorso, Edwin Hubble riuscì a provare che quella Nebulosa era un sistema stellare indipendente simile alla Via Lattea, Andromeda è stata sempre guardata con particolare attenzione dagli astronomi.

    La galassia che non vuole figli

    Non è così insolito, scrutando nelle profondità del cosmo, che gli astronomi si imbattano in galassie particolarmente attive nella produzione stellare. Il termine utilizzato per indicare questi sistemi stellari così indaffarati a far nascere stelle è quello di starburst galaxy e sottolinea in modo estremamente eloquente lo scenario cui ci si trova di fronte.

    Cara, vecchia, cosmica acqua

    L'acqua è un elemento indispensabile per la vita sul nostro pianeta. Logico, dunque, che si cerchi di comprendere come abbia fatto a giungere sulla Terra. Secondo gli scenari più gettonati, vi sarebbe stata portata da quel bombardamento cosmico di comete e asteroidi che ha caratterizzato una drammatica ma fondamentale fase della storia del nostro Sistema solare.

    Lo scherzetto della supernova

    Le stelle non hanno tutte in sorte il medesimo destino. La maggior parte di esse godrà di una lunghissima vecchiaia, trascorsa a dissipare pian piano il calore che è rimasto al loro interno dopo che si sono trasformate in nane bianche.
    Per alcune elette, invece, la fine è piuttosto spettacolare e le vede protagoniste di quei fuochi d'artificio cosmici che gli astronomi chiamano supernovae (il nome venne coniato nel 1931 da Walter Baade e Fritz Zwicky).

    Lampi X sulla materia oscura

    Qualche settimana fa, Tommaso Maccacaro confessava di trovare parecchio frustrante l’aver passato tutta la sua vita scientifica chiedendosi “ma cosa diavolo è la materia oscura?” e rischiare di non riuscire a saperlo. Non è certo l’unico astronomo che non vede l'ora di smascherare questo misterioso ingrediente della ricetta del Cosmo, tanto esotico quanto indispensabile per far quadrare i conti dinamici delle galassie e dei loro ammassi.

    Il fotografo per esopianeti

    Quando hanno progettato e costruito SPHERE - acronimo per Spectro-Polarimetric High-contrast Exoplanet Research - gli scienziati avevano in mente un obiettivo ben preciso: annullare la luce della stella e isolare la luce proveniente dal pianeta in modo da poterne ottenere direttamente una vera e propria immagine. Una sfida davvero incredibile, sia per l'enorme divario di luminosità tra la stella e il pianeta, sia per la ridottissima distanza angolare che separa i due oggetti celesti.

    Giove: macchia rossa al capolinea?

    Difficile, anche se si mastica poco di astronomia, non aver mai sentito parlare della grande macchia rossa di Giove. Questo immenso anticiclone, la più estesa tempesta del Sistema solare, è forse il tratto più caratteristico dell'atmosfera del pianeta gigante ed è stato osservato con alterne vicende fin da quando gli astronomi cominciarono a contare sull'aiuto del telescopio.

    Opportunity: pulizie di primavera

    Lo scorso gennaio il rover Opportunity ha festeggiato il suo decimo anno di permanenza su Marte. Risale infatti al 25 gennaio 2004 il suo arrivo sul Pianeta rosso, 21 giorni dopo il rover gemello Spirit. La ricorrenza è stata opportunamente celebrata da Science nel numero dello scorso 24 gennaio, dando particolare risalto all'esplorazione di Marte e allo studio della sua abitabilità.

    Il giorno su β Pictoris b

    A 65 anni luce dalla Terra c'è un pianeta molto giovane - solamente 20 milioni di anni d'età, contro i 4 miliardi e mezzo di anni della Terra - che ruota su se stesso come una trottola. Il pianeta si chiama β Pictoris b, è un oggetto gassoso sette volte più massiccio di Giove ed è uno della cinquantina di pianeti extrasolari che sono stati fotografati direttamente dagli astronomi.

    Fiocco rosa per Saturno?

    La scoperta, annunciata su Icarus con un articolo pubblicato online a fine marzo, è opera di Carl Murray e altri quattro astronomi della Queen Mary University di Londra e del Jet Propulsion Laboratory della NASA. Una sorpresa davvero inaspettata. Tanto che, nel comunicato stampa della NASA rilasciato il 14 aprile, Murray confida: “Nessuno di noi aveva mai visto nulla di simile.

    Lo spuntino in diretta

    Qualche anno fa, studiando la regione intorno a Sagittarius A*, il gigantesco buco nero al centro della Via Lattea, gli astronomi si sono imbattuti in uno strano oggetto che hanno battezzato G2. Nonostante quella del centro galattico sia una regione celeste terribilmente difficile da osservare per la presenza di un'impenetrabile coltre di polveri e gas, gli astronomi la tengono costantemente sotto controllo eludendo quella coltre con osservazioni infrarosse.

    Grosse novità dalla periferia del Sistema Solare

    Data storica quella del 13 marzo 1781, quando Sir William Herschel annunciò la scoperta di Urano (a dire il vero, stando allo scopritore, si sarebbe dovuto chiamare Georgium Sidus in onore al re Giorgio III). In un sol colpo ci si trovò non solo a dover aggiornare in modo significativo la scheda anagrafica del Sistema solare nota fin dalla notte dei tempi, ma anche a dover constatare che la distanza dei confini del Sistema solare veniva quasi raddoppiata.

    Halton Arp (1927-2013)

    Halton Arp nasce a New York il 21 marzo 1927. Con la laurea conseguita all'Università di Harvard e il dottorato al Caltech (entrambi cum laude) è quasi inevitabile che nel 1953 diventi membro del Carnegie Institute di Washington e possa condurre ricerche e osservazioni presso l'osservatorio di Monte Palomar, il più prestigioso di quei tempi. Due anni più tardi Arp entra definitivamente a far parte dello staff tecnico dell'osservatorio, una posizione che occuperà per 28 anni.

    Le sorprese di Europa

    L'annuncio della scoperta è stato pubblicato a metà dicembre su Science Express, ma le osservazioni di Hubble risalgono in realtà al novembre e dicembre dell'anno precedente. E' già da un po' di tempo, infatti, che Lorenz Roth (Università di Colonia) e i suoi collaboratori provano a trasformare in certezza la possibile esistenza di pennacchi di vapore su Europa. La particolare struttura del satellite depone certamente a favore della possibilità che si inneschino simili eruzioni.

    L'avventura di Gaia

    In origine GAIA era l'acronimo di Global Astrometric Interferometer for Astrophysics, ma l'evoluzione del progetto ha un po' cambiato le carte in tavola. All'ESA, però, non se la sono sentita di cestinare quel nome e l'hanno trasformato nel nome proprio di una sonda dalla quale gli astronomi si aspettano grandi cose. Gli obiettivi della missione sono incredibilmente ambiziosi.

    Uno spazio pieno di Terre

    Davvero interessante il metodo impiegato da tre astronomi nello studio recentemente pubblicato su PNAS. E ancora più interessanti le conclusioni alle quali giungono al termine della loro analisi, suggerendo che, là fuori, ci sarebbero un bel po' di pianeti potenzialmente in grado di ospitare la vita così come noi la conosciamo. Ma andiamo con ordine.

    Ricordate Chelyabinsk?

    Senza alcun dubbio è stato l'impatto cosmico con il nostro pianeta che ha potuto godere della più capillare copertura mediatica della storia. Si contano a centinaia i filmati dell'evento acquisiti dalle telecamere di sorveglianza e dalle diffusissime dash cam a bordo delle automobili, minuscole telecamere che in Russia molte compagnie assicurative impongono di collocare sul cruscotto delle vetture per testimoniare la dinamica di eventuali incidenti.

    Increspature e crescita dei buchi neri

    E' noto da tempo che nel cuore di quasi tutte le galassie si nasconde almeno un buco nero supermassiccio, ma sui meccanismi che portano questo oggetti astronomici a crescere fino alle loro smisurate dimensioni permangono ancora molti dubbi. L’astrofisico Ryan Shannon (CSIRO) e i suoi collaboratori, però, hanno individuato una modalità d’indagine innovativa che ha permesso di mettere un po’ d’ordine nelle teorie che riguardano l’accrescimento di questi mostri.

    L'eruzione fantasma del 1257

    I carotaggi ottenuti negli ultimi trent'anni dagli strati di ghiaccio dell'Antartide e della Groenlandia indicavano senz'ombra di dubbio che intorno al 1257 doveva essere accaduto qualcosa di veramente sconvolgente per l'intero pianeta. Dai depositi di zolfo rinvenuti tra quegli strati di ghiaccio si poteva dedurre che un'eruzione vulcanica aveva iniettato in atmosfera una quantità di solfati almeno otto volte maggiore di quella - già notevole - prodotta dall'eruzione del Krakatoa nel 1883.

    Asteroide o cometa?

    Era il 26 settembre 1983 quando Paul Wild, allora direttore dell'Istituto di Astronomia dell'Università di Berna, individuò quel nuovo asteroide dall'Osservatorio di Zimmerwald. Evento tutto sommato normale per lui che, fino a quel momento, aveva scoperto altri 81 asteroidi, un numero che al termine della sua attività di cacciatore di montagne celesti avrebbe raggiunto quota 94. Attività astronomica davvero importante, resa ancor più significativa dalla scoperta delle quattro comete periodiche che portano il suo nome e di una quarantina di supernovae.

    Il record della magnetar

    SGR 0418+5729 è ciò che rimane dell'apocalittica esplosione che circa mezzo milione di anni fa ha dilaniato una stella di almeno una ventina di masse solari giunta ormai al termine del suo cammino evolutivo. Unico sopravvissuto di quell'immane cataclisma, consumatosi a 6500 anni luce dal nostro pianeta, un minuscolo e quasi insignificante oggetto celeste: una perfetta sfera di una decina di chilometri di raggio in cui la smisurata energia della supernova ha compattato una quantità di materia pari a una volta e mezza quella del Sole.

    Parto stellare record

    I primi a suggerire che quella nube scura a 11 mila anni luce dalla Terra potesse nascondere qualche sorpresa erano stati il telescopio spaziale Spitzer della NASA e l’osservatorio orbitante Herschel dell’ESA. Le immagini nell’infrarosso mostravano che Spitzer Dark Cloud 335 - questo il nome dell’oggetto celeste - era un groviglio di densi e caldi filamenti di gas e polvere, chiara indicazione che da quelle parti la materia si stava addensando per costruire una nuova stella.

    Cassini–Huygens: un sorriso, grazie...

    E’ forse la foto spaziale più significativa di tutte. Non è la più bella o colorata e neppure la più appariscente o la più tecnologica. Venne scattata nel 1990 dal Voyager 1 - in quel momento a 6 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra - e ci mostra il nostro Pianeta perso nel buio del Cosmo. Un piccolo puntino azzurro grande neppure un pixel che si scorge a malapena su quel fondo di velluto scuro, attraversato da bande più chiare. Siamo sinceri, dal punto di vista fotografico è tutt’altro che un capolavoro.

    Il pranzo della galassia

    La complicata osservazione è stata compiuta dal team coordinato da Nicolas Bouché (Institut de Recherche en Astrophysique et Planétologie di Tolosa) grazie agli spettrografi SINFONI (Spectrograph for Integral Field Observation in rhe Near Infrared) e UVES (Ultraviolet and Visual Echelle Spectrograph) a disposizione del Very Large Telescope (VLT). Gli astronomi hanno sf

    Cronache marziane

    Dieci anni fa, più o meno in questi giorni, sulla rampa di lancio del Cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, un vettore Soyuz/Fregat stava pazientemente attendendo l'apertura della finestra di lancio per dare il via alla cavalcata spaziale della Mars Express, la prima missione dell'ESA con destinazione Marte. Un po' meno pazienti e tranquilli gli ingegneri responsabili del progetto.

    VLT, quindici anni al top

    Quasi a dispetto delle fantastiche immagini che ormai da quindici anni riescono a emozionarci con incredibili scorci di Universo, l'ambiente nel quale sorgono i potenti occhi del VLT (Very Large Telescope) non è certo tra i più accoglienti. Siamo nel deserto di Atacama, in Cile, una tra le regioni più aride e inospitali dell'intero pianeta (in media, un millimetro di pioggia ogni dieci anni).

    La supernova lascia il segno

    Non è certo una novità che sul pianeta Terra si possano trovare tracce di una esplosione stellare. Dopotutto, se escludiamo idrogeno ed elio, tutti gli elementi chimici che incontriamo quotidianamente, compresi quelli di cui siamo fatti, possiamo ricondurli proprio a una supernova. E' vero che la loro sintesi avviene grazie alle reazioni nucleari che alimentano le stelle, ma poi ci pensa l'esplosione di supernova a diffonderli tutt'intorno rendendoli disponibili per il loro successivo utilizzo. C'è, però, un secondo aspetto da mettere in conto.

    ALMA, inaugurazione con il botto

    Il progetto di ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array) ha le sue lontane radici negli anni Ottanta, quando Europa, USA e Giappone - ciascuno per conto proprio - cominciavano a pensare di realizzare un complesso e innovativo osservatorio astronomico per catturare la radiazione millimetrica. Una decina d'anni più tardi le tre idee confluirono in un unico ambizioso progetto, ma per vedere finalmente l'inizio dei lavori si dovette attendere il 2003. Cruciale la scelta della località.

    Il metro cosmico è più preciso

    Determinare quanto dista un oggetto astronomico non è un gioco da ragazzi. Anche senza essere esperti, però, si comprende come le distanze cosmiche siano un elemento cruciale nello studio dell'Universo. Nel buio della notte, un fiammifero acceso a poca distanza da noi ci appare luminoso quanto un falò che arde in lontananza. E' però ovvio che, se conosciamo le due distanze, riusciamo a stabilire la differente natura delle due fiammelle; al contrario, se tali distanze ci sono sconosciute le nostre valutazioni rischiano davvero di essere poco attendibili.

    Quanto gira quel buco nero!

    Benché i buchi neri siano piuttosto familiari anche a chi mastica poco di astrofisica, come siano davvero fatti resta un mistero irrisolto. Qualcuno li ha definiti “tritatutto cosmici”, mettendo efficacemente in luce la loro propensione a inglobare senza possibilità di ritorno ogni frammento di materia che ha la sventura di capitare loro a tiro. A causa della gravità esercitata dalla materia che li compone, infatti, nulla può sfuggire, neppure la luce.

    Una pulsar sconcertante

    La prima pulsar venne scoperta nel 1967 da Jocelyn Bell a Cambridge nel corso della sua ricerca di dottorato. Lo studio era volto a raccogliere informazioni radio sui quasar (nuclei di galassie attive), ma la scoperta di un impulso estremamente regolare proveniente dalla costellazione della Vulpecula mise in agitazione sia lei che Antony Hewish, il supervisore del suo dottorato.

    La più grande struttura dell'universo

    Finora agli astronomi non era mai capitato di imbattersi in una struttura così gigantesca: un gruppo di una settantina di quasar che si estende per quattro miliardi di anni luce. L'ha scovato il team di Roger Clowes (University of Central Lancashire) spulciando tra i dati della Sloan Digital Sky Survey (SDSS), la più completa mappa 3D dell'Universo a nostra disposizione.

    Clouds, the most exciting spectacle after the Big Bang

    The announcement of the discovery of two gas clouds that have formed in the first minutes after the Big Bang was published in Science; the clouds composition confirms theoretical predictions. The leading author of the study is the Italian Michele Fumagalli, from the University of California Santa Cruz, with whom we had a chat and to whom we asked for some clarifications.The discovery is the result of a clever observation technique and excellent performance of the spectrograph at the Hawaiian Observatory WM Keck.

    Nubi, il più grande spettacolo dopo il Big Bang

    Pubblicato su Science l'annuncio della scoperta di due nubi di gas che si sono formate nei primi minuti dopo il Big Bang la cui composizione conferma le predizioni teoriche. Primo autore dello studio l'italiano Michele Fumagalli, in forza alla University of California Santa Cruz, col quale abbiamo fatto due chiacchiere chiedendogli di chiarirci alcune cose. La scoperta è il risultato di un ingegnosa tecnica osservativa e delle eccellenti prestazioni dello spettrografo dell'Osservatorio hawaiiano W.M. Keck.