La sindrome del Salto di Quirra

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L’accelerazione, nei giorni scorsi, l’ha impressa un magistrato: Domenico Fiordalisi, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Lanusei, in Sardegna.

Prima chiedendo il rinvio a giudizio di 20 persone tra militari e civili. Poi andando in Senato e accusando il Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ) di aver provocato, con le sue polveri inquinanti (il riferimento, più o meno esplicito, è alle nanoparticelle di uranio impoverito), svariati decessi per leucemia o per altri tumori. Le cronache parlano di almeno 20 morti tra la popolazione civile nei dintorni del poligono e di 23 morti tra gli stessi militari che hanno lavorato presso la base militare.

La vicenda giuridica è molto complessa. La richiesta di rinvio a giudizio del Procuratore è stata impugnata. E comunque sarà la magistratura a verificare se le accuse del dottor Fiordalisi sono fondate. Certo è, tuttavia, che la «sindrome di Quirra» solleva molti temi di interesse generale, che potremmo definire di democrazia epidemiologica e che riguardano il rapporto tra ambiente e salute. Come dimostra la discussione avviata da Pierluigi Cocco, medico dell’università di Cagliari, e da Fabrizio Bianchi, epidemiologo del CNR di Pisa, sulle pagine di Epidemiologia & Prevenzione, la rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia.

Ma partiamo dall’inizio. Il Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ) nasce nel  1957, diventando tra l’altro la prima base di lancio di missili di un paese, l’Italia, che cercava con un certo successo di entrare nella corsa allo spazio. Successivamente è stato utilizzato come centro di sperimentazione a fini militari e come sede radar, oltre che come poligono di tiro.

Il sito è, in realtà, diviso in due parti piuttosto distanti tra loro (circa 35 chilometri). Una situata sul bordo del comune di Perdasdefogu, in provincia di Ogliastra, e l’altra sulla spiaggia di Quirra e dintorni, in località Capo San Lorenzo, comune di Villaputzu, provincia di Cagliari.

Tutto nasce quando, nell’estate 2001, un medico di base rileva un eccesso un eccesso di tumori del tessuto emolinfopoietico (leucemie e tumori del sistema linfatico) in un raggio di meno di tre chilometri intorno alla frazione di Quirra, ai margini del poligono di Capo San Lorenzo. La notizia viene ripresa dalla stampa, che parla in particolare di 10 pastori sui 18 della zona morti per tumore.   

Come spiega nel suo articolo Pierluigi Cocco, da allora sono state condotte diverse indagini indipendenti (quattro) che non hanno rilevato né un aumento dell’incidenza di questi tumori nella zona, né un particolare tipo di inquinamento chimico o fisico (radioattività). Al contrario, le indagini hanno evidenziato una maggiore incidenza di leucemia nella popolazione maschile di altre parti della Sardegna. Il medico di base si era dunque sbagliato? Sì, sostiene Cocco. Probabilmente perché nella zona di Quirra c’è una minore incidenza di tutti i tumori (soprattutto di quelli al polmone e alla mammella) e un’incidenza normale dei tumori del tessuto emolinfopoietico. Il medico potrebbe aver notato un eccesso di quest’ultimo tipo di tumori rispetto agli altri e ha creduto che fosse dovuto a un aumento anomalo delle leucemie e dei linfomi, invece che ha una bassa incidenza degli altri tipi di cancro.

Il guaio è, sostiene Cocco, che entrambe le informazioni scientifiche fornite dagli epidemiologi – normalità nell’area di Quirra, aumento delle neoplasie in altre parti della Sardegna – non sono state in alcun modo utilizzate dalle autorità politiche. Generando dei danni evidenti. Sia di grande allarme intorno al poligono, sia di scarso allarme in altre aree della regione.

Nel suo articolo Fabrizio Bianchi condivide il giudizio negativo sull’operato delle autorità politiche. Purtroppo nel nostro paese chi governa la cosa pubblica prescinde quasi sempre dai dati scientifici, compresi i dati epidemiologici. Tuttavia, sostiene Bianchi, occorre rilevare che, per quanto riguarda la «sindrome di Quirra», i dati scientifici potrebbero essere incompleti. Il dubbio nasce sia perché non tutti sono stati vagliati secondo la prassi scientifica, sia perché in presenza di voci non manifestamente infondate non si è proceduto a un’indagine estesa, sistematica e, appunto, completa. Anzi, a una doppia indagine. Una del tipo che i tecnici definiscono di «cluster in cerca di ipotesi causale», ovvero verificare se esiste un’anomalia nella presenza di determinate patologie e cercarne la causa; l’altra del tipo che i tecnici definiscono di «ipotesi causale in cerca di cluster», ovvero verificare se esistono inquinanti ambientali e cercarne gli eventuali effetti patologici sulla popolazione.

La mancanza di trasparenza, lo scarso peso attribuito ai dati scientifici, la mancanza di analisi sufficientemente complete – a prescindere dagli eventuali aspetti penali – costituiscono un problema. Che ha un carattere generale. Chiamano in causa, infatti, un deficit culturale nel rapporto tra ambiente, rischio e democrazia (comunicazione/partecipazione). I cittadini, come riconosce la Convenzione di Aarhus, hanno diritto a sapere. Ad avere tutte le informazioni possibili. E, sulla base di queste informazioni, hanno diritto a compartecipare alle scelte per minimizzare il rischio.

Tutto questo, intorno al poligono del Salto di Quirra non è avvenuto. E la popolazione locale ha subito una seria lesione dei suoi diritti di cittadinanza scientifica.

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