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Da ZERO a CENTO, le nuove età della vita

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Anteprima: 
La mostra, prodotta dalla Fondazione Marino Golinelli e a cura di Giovanni Carrada e Cristiana Perrella, si propone come riflessione sul cambiamento che la scienza ha indotto negli ultimi secoli sull’umanità, e sul rapporto tra l’umanità e il tempo.
Miniatura: 
Da Zero a Cento

Sarà esposta fino al 1 aprile 2012 alla Triennale di Milano la mostra “Da ZERO a CENTO, le nuove età della vita. Una mostra di arte + scienza”, produzione della Fondazione Marino Golinelli. La mostra, a cura di Giovanni Carrada e Cristiana Perrella, si propone come riflessione sul cambiamento che la scienza ha indotto negli ultimi secoli sull’umanità, e sul rapporto tra l’umanità e il tempo.

La nostra più grande fortuna è stata forse quella di essere venuti al mondo oggi.Rispetto al passato siamo in media più alti, più forti, più resistenti alle malattie, persino più intelligenti, con conseguenze profonde su ogni aspetto della nostra esistenza.

Apre il percorso espositivo un’introduzione sul senso della mostra, una dichiarazione di intenti che chiarifica la forte connotazione positivista che farà da fil rouge delle opere e dei contenuti. La scienza come progresso, e il progresso come spinta migliorativa dell’umanità. La scienza che ha mutato la nostra fisiologia e con essa la nostra dimensione cognitiva e sociale.

Di fronte a questa sorta di manifesto, a esplicitarne e farne immagine il senso, due fotografie a tutta parete.Due famiglie.

La prima fotografia, un seppia degli anni 30, ritrae una famiglia contadina della Sila, una povertà sofferta nelle fisionomie di volti che non si vedono più, che Pasolini avrebbe descritto come volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi. Nella seconda immagine, a colori, una sorridente famiglia di oggi, così comune nel suo piacevole aspetto da pubblicità.

Tra le due, si sottende, sceglieremmo tutti la seconda, il rassicurante benessere che ne ha permesso l’esistenza e che a sua volta ne emerge come valore rappresentativo. La scienza, il progresso, il miglioramento delle condizioni di vita che in meno di un secolo hanno trasformato i due gruppi umani qui ritratti sono responsabili di questa mutazione antropologica, intesa qui in una connotazione positiva, fortemente anti-pasoliniana. La riflessione del poeta sulla degradazione che l’omologazione e la borghesizzazione hanno portato nelle nuove generazioni attraverso il benessere e il consumismo si fa nell’intento della mostra un valore non discusso, forse una banalizzazione dell’idea che il benessere sia di per sé, indubitabilmente, positivo.

Siamo cambiati grazie alla scienza, dunque, ed è un bene, in modo acritico.

Sono due le anime che dominano la mostra. Un’anima dalla visione positivista più spinta, non problematica, scientista, che si articola in una serie di video documentaristici, schermi di infografiche, pannelli esplicativi. Materiali dall’elevato contenuto informativo sul rapporto tra la scienza e le diverse età della vita, che con taglio didascalico e talvolta eccessivamente pedante si propongono di informare/educare i visitatori, spingendosi a tratti in derive paternalistiche con consigli per una vita sana e felice. Colpisce, di questa parte dell’esibizione, l’assunzione non discussa dell’equazione, per nulla scontata, tra cambiamento fisico e cambiamento cognitivo e sociale.

Una visione più meditata e problematizzata del rapporto tra scienza e umanità è affidata alle opere che intermezzano il percorso espositivo: fotografie, sculture, video, installazioni di alcuni grandi artisti contemporanei come Evan Baden, Guy Ben-Ner, Martin Creed, Hans Peter Feldmann, Stefania Galegati Shines, Anish Kapoor, Ryan McGinley, Marcello Maloberti, Ottonella Mocellin e Nicola Pellegrini, Gabriel Orozco, Adrian Paci, John Pilson, Cindy Sherman, Frances Stark, Miwa Yanagi. Di particolare interesse il video di Guy Ben-Ner, un giovane artista israeliano che ha rappresentato la sua nazione alla Biennale di Venezia nel 2005. L’opera qui presentata, Wild Boy (2004), riprende L'enfant sauvage di François Truffaut per trattare uno dei temi più importanti della biologia, il rapporto nature-nurture (natura-cultura). Attraverso la storia di un bambino selvaggio trovato nei boschi e di un “padre” che tenta di educarlo, l’artista riflette ironicamente sul senso della cultura e della civilizzazione e della loro imposizione sulla natura.

Colpisce inoltre l’opera di Adrian Paci, artista albanese che propone un video girato nella sua città natale, Shkodër. Il rito giornaliero di una ventina di uomini che si radunano ogni mattina per aspettare un lavoro. I primi piani sui volti degli uomini, in silenzio, rivelano fisionomie ben diverse da quelle patinate e sorridenti presentate all’ingresso della mostra. Durante la giornata, agli uomini viene fornito un generatore legato a una lampadina, e il video si conclude con una scena di forte impatto estetico ed emotivo: la sera, su una scalinata, venti uomini con una lampadina in mano, a rappresentazione del potenziale dell’energia umana a disposizione, inespressa e dissociata dalle aspettative sociali di uomini ormai vicini alla vecchiaia.L’esposizione, piacevole e ben realizzata, risulta forse poco organica nell’integrazione delle sue due anime, una prettamente informativa e acritica, una più artistica e ragionata. Entrambi gli aspetti mostrano degli spunti interessanti, e avrebbero giovato di una visione d’insieme comune.

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