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Serve un nuovo Galileo

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Galileo Gali

È il 1609. Galileo alza al cielo il cannocchiale che si è da poco costruito, avendo saputo di tale strumento sviluppato indipendentemente da altri in Olanda. Se avesse avuto alle spalle una Agenzia ben organizzata e dotata di un ufficio per le relazioni pubbliche, questa gli avrebbe suggerito di pronunciare una frase del tipo: "È un piccolo gesto per l'Uomo, ma è un grande gesto per l'Umanità". Nessuno glielo suggerisce e lui non lo dice ma, nei fatti, per l'umanità, più che un grande gesto, quel momento è addirittura una rivoluzione. Galileo osserva infatti, nel giro di poco tempo, le irregolarità del terminatore (guardando la Luna),  i satelliti di Giove e le fasi di Venere. Quanto basta per scombussolare la concezione corrente dell'Universo e consacrare a modello fisico il sistema del timido Copernico che si trovava, con migliori condizioni al contorno, a riproporre un'idea che Aristarco da Samo aveva avanzato due secoli prima di Cristo. La Terra non è più al centro dell'Universo, la perfezione celeste diventa un concetto astratto e superato, comincia l'astronomia moderna basata sulla mediazione strumentale tra noi e il Cosmo. Galileo passerà anche guai giudiziari a conseguenza del suo aver stabilito che le osservazioni vincevano sul dogma. Certo che se non avesse abiurato ci sarebbe stato più simpatico; Giordano Bruno era di altra pasta, ma questo concetto  lo svilupperemo in un'altra occasione.

È il 1609. Comincia l'astronomia moderna. Da allora abbiamo fatto notevoli progressi culturali, scientifici e  tecnologici: abbiamo oggi telescopi di dieci metri di diametro (quello di Galileo era di 3 centimetri) situati nei siti della terra più inospitali (per l'uomo, ma ottimi per i telescopi) o addirittura in orbita intorno alla terra.  Approfittando della conquista dello spazio l'astronomia si è impadronita di tutto lo spettro elettromagnetico per lo studio dell'Universo - e oltre. Dispone infatti di sensori sensibili alle onde radio, agli infrarossi, al visibile, alla radiazione X e gamma, per non parlare di attrezzature per la rilevazione di neutrini e dei raggi cosmici e della  insistente ricerca delle onde gravitazionali. Abbiamo visto l'invisibile, scoperto le "singolarita'" e i fenomeni più estremi che la mente riesce a concepire. L'astronomia oggi dispone di laboratori (gratuiti) al confronto dei quali l'LHC è un costoso gioco da ragazzi. Sono i quasar, le pulsar, i resti di supernovae, dove particelle e radiazione raggiungono energie inimmaginabili.

In quattrocento anni l'astronomia e l'astrofisica hanno fatto progressi che quattrocento anni fa sarebbero stati inimmaginabili. Nei crateri lunari, acquarellati nel Sidereus Nuncius, ci abbiamo camminato - ormai quarant'anni fa - e sui satelliti di Giove e di Saturno abbiamo inviato sonde.

Il nostro pianeta, non più centro dell’universo ma insignificante quanto apparentemente unico
centro culturale cosmico, lo abbiamo fotografato con il Voyager da una distanza di 6 miliardi di chilometri. È un punto di luce debole, come infiniti altri, che induce tenerezza solo a chi ci abita.

Eppure, come quattrocento anni fa, siamo incredibilmente ignoranti e - forse - solo un po' più consapevoli di ciò. Il nostro modello corrente dell'Universo ci dice che dell'Universo conosciamo si e no il 5% (la materia "normale" o barionica), essendo un buon 20% costituito da materia "oscura" (che conosciamo attraverso i suoi effetti gravitazionali ma di cui non sappiamo ancora la vera natura), per non parlare dell'energia "oscura" (oscura vuol dire che non abbiamo la più pallida idea di cosa sia) che costituisce circa il 75% dell'intero Universo.

Serve un altro Galileo, che ci proponga una nuova rivoluzione, che ci liberi dagli attuali vincoli culturali, che ci apra nuovi orizzonti.

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