Medicina e questione di genere

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Da un punto di vista epistemologico, la medicina e la biologia devono fare i conti con l’estrema variabilità dei sistemi viventi. Nonostante la loro stupefacente eleganza, le basi molecolari della vita hanno dato origine alla diversità che possiamo osservare in generale sul nostro pianeta, ma anche all’interno della nostra stessa specie.

Per la medicina la variabilità fisiologica tra gli esseri umani si manifesta attraverso l’errore. Spesso infatti le classificazioni fisio-patologiche si rivelano insufficienti a catturare la diversità della distribuzione epidemiologica della malattia, la molteplicità delle cause del suo insorgere e dei modi in cui si sviluppa e progredisce. Più spesso ancora, consolidate strategie farmacologiche mostrano reazioni variabili da paziente a paziente. È noto ad esempio che le donne siano più vulnerabili agli effetti collaterali delle terapie farmacologiche e che gli ormoni femminili abbiano un ruolo importante sia nella sintomatologia che nella suscettiblità a molte malattie.

Le classificazioni che generalmente si utilizzano per mettere ordine nella confusa diversità della biologia umana non sono tuttavia una faccenda esclusivamente scientifica. Sulla storia e le motivazioni politiche o ideologiche di molte classificazioni (e discriminazioni) mediche è stato infatti scritto molto. Meno attenzione è stata però dedicata alle ragioni sperimentali, etiche e commerciali che determinano un fenomeno degno di attenzione: la preferenza accordata a soggetti di sesso maschile negli studi pre-clinici su animali e nella sperimentazione farmacologica su esseri umani, e le conseguenze di tali scelte sulla salute delle donne.

La rivista Nature ha recentemente ospitato un dibattito su questo argomento, di cui diamo conto di seguito (si veda: Nature, vol. 465, pp. 688-690).

Da ricerche e analisi sulla letteratura biomedica è emerso che il numero di donne e di uomini coinvolti in studi clinici per malattie specifiche non rispecchia in genere il rapporto tra malati di sesso maschile, e malati di sesso femminile per quella malattia. La disparità è ancora più evidente nel caso degli studi pre-clinici su ratti e topi, nei quali il numero di femmine è considerevolmente più basso di quello dei maschi (il rapporto è ad esempio di 1:5 nel caso delle neuroscienze). Il motivo di tale disparità è evidentemente il tentativo di limitare la variabilità dovuta al ciclo mestruale femminile e la possibilità di studiare sia il cromosoma Y che il cromosoma X. Tuttavia è lecito domandarsi se tali motivazioni siano sufficienti a giustificare la scelta preferenziale di soggetti maschi.

È inoltre infrequente che i dati sperimentali e clinici vengano analizzati in base al sesso, così come non è invalsa la consuetudine di prescrivere farmaci a dosaggi differenti per maschi e femmine. Dal punto di vista morale però, tutte queste scelte possono avere conseguenze piuttosto rilevanti.

Maschi e femmine si ammalano in modo diverso, di malattie diverse e con sintomi diversi, ed anche la reazione agli interventi clinici e farmacologici è differente tra maschi e femmine. Queste variazioni sono dovute a macro-differenze di ordine fisiologico, certamente, ma anche a fondamentali e complesse differenze a livello genomico, di cui la medicina molecolare si sta occupando in modo crescente. Il risultato di questo quadro è che le strategie diagnostiche e terapeutiche, se tarate su popolazioni sperimentali maschili, possono penalizzare la salute delle donne e più in particolare l’accesso delle donne alle migliori cure disponibili. Che le scelte sperimentali abbiano dunque un grave potenziale discriminatorio nei confronti delle donne appare evidente, così come è evidente che a tale situazione si debba porre rimedio.

Le soluzioni proposte sono molto precise: 1) le riviste scientifiche dovrebbero richiedere di documentare e giustificare la scelta del sesso degli animali sperimentali; 2) lo stesso dovrebbero fare gli enti e le istituzioni che distribuiscono finanziamenti alla ricerca; 3) i medici dovrebbero essere formati a tener conto della differenza di sesso nella prescrizione di farmaci e terapie; 4) le organizzazioni sanitarie dovrebbero incoraggiare la partecipazione delle donne agli studi clinici.

Un ulteriore delicato problema è stato affrontato dalla bioeticista canadese François Baylis sullo stesso numero di Nature e riguarda la gravidanza. Tra tutte le differenze fisiologiche tra uomo e donna, la possibilità di rimanere incinta è senz’altro la più macroscopica. Tuttavia, le donne incinte sono sistematicamente escluse dalle sperimentazioni farmacologiche a causa del danno potenziale che queste potrebbero provocare al nascituro. Secondo Baylis questa discriminazione è inaccettabile moralmente, perché anche le donne incinte si ammalano, e scientificamente, perché anche le donne malate rimangono incinte. In entrambi i casi, gli strumenti farmacologici attualmente disponibili sono inadeguati alle esigenze delle donne in gravidanza, il che costituisce una chiara violazione del loro diritto alla salute.

La soluzione proposta è molto semplice: condurre su donne incinte specifici studi sperimentali di fase I, per quelle molecole che sono già in fase III su soggetti non in gravidanza (o più semplicemente includere donne in gravidanza a partire dalla fase III). Così facendo, le donne e i loro feti non sarebbero esposti a molecole che non abbiano superato le fasi I e II. Dati i costi economici di questa proposta, e la probabile riluttanza delle compagnie farmaceutiche a coprirli, secondo Baylis lo Stato dovrebbe renderli obbligatori.

La ricerca biomedica ha lo scopo di trasformare le minuziose conoscenze prodotte dagli studi sperimentali in rimedi efficaci per contrastare o almeno lenire la debilitazione causata dalla malattia. La scienza è dunque investita di una responsabilità sociale, che la obbliga a tenere conto delle conseguenze etiche delle proprie scelte sperimentali. È dunque auspicabile che dibattiti come quello iniziato sulle pagine di Nature diventino sempre più frequenti e che la salute sia garantita in modo eguale a uomini e donne.

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