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Firma anche tu il piano Amaldi per raddoppiare il budget della ricerca

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Selfie del direttore di Scienza in rete Luca Carra con il fisico Ugo Amaldi.

Il sociologo della scienza Massimiano Bucchi ha ricordato sul Corriere della Sera che - a dispetto di quello che si crede - la scienza e gli scienziati godono del massimo di fiducia da parte dell’opinione pubblica, e che tale fiducia negli anni è cresciuta di 14 punti, fino all’attuale 82% (i giornalisti sono al 4%, i politici al 2%).

Con Covid-19 la fiducia verso la scienza è ulteriormente aumentata, e il motivo è facilmente immaginabile: cosa se non la scienza ci può salvare la vita? Molti commentatori hanno rilevato come in questo periodo di pandemia la ricerca scientifica non aveva e non ha tuttora risposte certe, farmaci efficaci non ci sono ancora, dei vaccini non sappiamo ancora quanto proteggeranno. Ma tutto questo è normale davanti a fenomeno inedito che stiamo studiando da qualche mese. Anche la corsa a pubblicare studi non peer-reviewed e di dubbia credibilità può in parte essere spiegata con l'emergenza che ha colpito le nostre vite durante quest’anno. Insomma, la scienza non è perfetta, ma non abbiamo niente di meglio a disposizione.

Ma se la scienza è così importante, perché resta tuttora una attività così marginale? Il Paese che al mondo investe di più in ricerca arriva al 4,9% del proprio PIL (Israele, seguito con il 4,5% dalla Corea del Sud), mentre l’Italia con il suo 1,3% è in coda alla classifica.

Perché così poco? Perché non il 5 o il 10%, come meriterebbe una attività che produce conoscenza e innovazione? Le ragioni - in specie per la situazione italiana - sono due: lo scarso peso elettorale dei ricercatori e il basso grado di alfabetizzazione scientifica nella popolazione.

Diffondere la conoscenza scientifica e aumentarne i peso politico vanno di pari passo e sono processi che potranno dare il frutto in un decennio, a lavorarci molto. Ma qualcosa già si può fare. In questa direzione va la proposta del fisico Ugo Amaldi di raddoppiare il budget pubblico della ricerca portandola nell’arco di alcuni anni dall’attuale 0,5% a livelli tedeschi (1,1%). Quindi da 9 a circa 20 miliardi di euro l’anno.

C’è accordo sul fatto che la prima cosa da fare sia aumentare le risorse a disposizione, almeno per l’Italia. Questo consentirebbe di aumentare il numero di ricercatori (i nostri sono la metà per 100.000 abitanti rispetto alla media europea) e rafforzare la componente di ricerca di base (non particolarmente considerata dai finanziamenti europei) e le infrastrutture.

Restano ovviamente altri problemi, forse meno onerosi ma più complicati da risolvere: uno di questi è la burocrazia, che rallenta tutto, dai pagamenti dei progetti alle forniture. Un altro sono le regole di assunzione e i percorsi di carriera, che induce molti neolaureati e dottorati a prendere la strada dell’emigrazione per continuare altrove il mestiere di ricercatore (sul tema della crescente dell’emigrazione intellettuale si veda il Rapporto Algebris1).

Un’altra anomalia della situazione italiana è la relativa povertà di finanziamento della ricerca per bandi e progetti, importanti anche per allenare i nostri ricercatori a essere più competitivi a livello europeo e internazionale. Per governare questa attività il Gruppo 2003 ha proposto di dotare anche l’Italia di una Agenzia nazionale, gestita da tecnici e con un proprio bilancio. Anche se con un profilo un po’ diverso il governo ha finalmente varato questa Agenzia, ma con un bilancio minimo e al momento scomparsa dai radar. Che fine ha fatto? 

Ma i problemi irrisolti non devono frenare le iniziative che hanno probabilità di successo, come l’appello di Ugo Amaldi per un raddoppio dell’investimento in ricerca pubblica. Noi abbiamo firmato l’appello e siamo pronti a sostenerlo in ogni occasione.

E allora cosa aspetti? Firmalo anche tu! (qui l'appello di change.org).

Note
AA. VV. Game of Brains. 21th Century Italian Emigration. Algebris Policy & Research Forum. 2019.

 

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