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La salute umana vale quanto la sostenibilità del pianeta

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Pubblichiamo i commenti di Giuseppe Bertoni, professore di zootecnia in quiescenza e presidente dell’Associazione Ricercatori Nutrizione Alimenti, all'articolo “Una dieta per l'Antropocene”, pubblicato su Scienza in rete a giugno; di seguito, la risposta di Paolo Vineis, Roberto Cingolani e Luca Carra, autori dell'articolo.

Il 3 giugno è uscito su Scienza in rete l’articolo di Vineis, Cingolani e Carra dal titolo “Una dieta per l’antropocene”, che si riallaccia a un analogo contributo uscito sullo stesso giornale (“Nutrizione per la salute dell’uomo e del pianeta” di Serafini, Del Rio e Battino). Ambedue gli articoli insistono sul “rapporto impatto ambientale/valore salutistico al fine di suggerire regimi alimentari (apporti raccomandati e frequenza) in grado di tutelare la salute dell’uomo e quella del pianeta” con una serie di proposte strategiche che includono una riduzione del 50% degli sprechi di cibo, la decarbonizzazione della produzione e distribuzione del cibo e l’intensificazione tecnologica della produzione di cibo per ridurre l’uso di territorio.” Come non essere d’accordo con chi pone attenzione non solo alla sostenibilità della dieta, ma anche alla salute degli esseri umani e inoltre parla di intensificazione tecnologica per ridurre le aree coltivate e il loro impatto ambientale?

Eppure esiste un problema, quello, a mio parere, di aver preso spunto dal rapporto EAT-Lancet pubblicato recentemente dalla rivista medica The Lancet che, in buona sostanza, suggerisce di convertire la dieta del genere umano in vegetariana, o quasi, attribuendo agli animali e ai loro prodotti importanti effetti negativi non solo sulla salute umana ma anche sulla produzione di gas clima-alteranti (i famigerati gas serra: anidride carbonica, metano e protossido d’azoto). In merito a tale documento, nel mio precedente contributo “Alimenti di origine animale, dieta umana e sua sostenibilità”, pubblicato l’11 febbraio 2019 sulla rivista AGRICULTURE (della Federazione dei Laureati in Scienze Agrarie e Forestali), osservavo quanto segue:

  • nessun componente della Commissione EAT-Lancet che ha redatto il rapporto proviene realmente dalla produzione primaria (agricola); infatti vi sono solo due-tre ricercatori di Facoltà d’Agraria o similari, ma comunque appartenenti a dipartimenti di tipo socio-economico-ambientale (lo stesso dicasi per Vineis, Cingolani e Carra)
  • nell’introduzione si riconosce l’effetto positivo, nell’ultimo mezzo secolo, dell’aumento produttivo (anche animale ovviamente) nel ridurre fame e malnutrizione, per poi enfatizzarne la “deriva dietetica” perversa in quanto causa di obesità (giustamente ritenuta “madre” di tutte le malattie non trasmissibili). Nel far ciò si trascura tuttavia il fatto che come evidenzia il World Cancer Research Fund nel suo Report del 2018 la causa principale dell’obesità risiede nell’eccesso di zuccheri, amidi raffinati e grassi in genere; dunque non dei soli alimenti di origine animale che sono insufficienti specie nei Paesi poveri e in transizione (e si noti che in questi ultimi l’aumento dell’obesità è il più elevato del globo)
  • sempre nell’introduzione si dice che il 30% dei gas serra è di origine agricola (metà vegetali e metà animali) e che il 70% dell’acqua è utilizzata per la produzione di cibo, ma non si aggiunge che si tratta di stime estreme. Ad esempio, per le stime sulle emissioni di gas serra si include la deforestazione che – oltre a talune forme irrazionali di agricoltura (i.e. agricoltura itinerante) – annovera cause ben diverse dalla produzione di cibo (e comunque non solo animali, ma anche olio di palma e altre piantagioni da frutto) e fra queste l’uso dei prodotti forestali come combustibili o legname da opera. Tutti usi che poco hanno in comune con l’agricoltura, specie dei Paesi più efficienti, dove le foreste aumentano

Così per l’acqua si dice che il 70 % di acqua è usata per l’irrigazione ma non si dice che l’irrigazione è un potentissimo fattore di sicurezza alimentare in quanto non solo accresce potentemente le rese delle colture (fino a 18 tonnellate per ettaro per un mais irriguo contro le 6 per un mais non irriguo) ma le stabilizza limitandone la variabilità interannuale. Da ciò discende che solo il 20% degli arativi è irriguo ma produce ben il 40% del cibo mondiale e inoltre l’acqua usata per l’irrigazione riprende poi il suo ciclo naturale tornando all’atmosfera o alle falde. A ciò va anche aggiunto che il 60% del cibo mondiale è prodotto senza irrigazione, usando solo acqua piovana non passibile di altri impieghi.

Coerentemente Vineis, Cingolani e Carra, che ripetono gli stessi concetti su La Stampa del 26 giugno, puntando in questo caso sull’aspetto della sostenibilità ambientale, ammettono che il contributo dell’agricoltura alla CO2 equivalente rilasciata dalle attività umane è l’11% (ben diverso dal 30%), ma poi paiono non resistere alla tentazione di caricare tutte le emissioni su carne (e animali), aggiungendo: “…di cui la maggior parte si deve all’allevamento…” per poi citare anche lo spreco di acqua: “…il consumo di acqua associato alla produzione di carne è elevatissimo: un terzo dell’acqua usata globalmente nella produzione di cibo riguarda gli allevamenti.”

Se fossero del settore agricolo, i predetti autori saprebbero anzitutto che, usualmente, si reputa essere vicina al 50% la quota di CO2 equivalente agricola rilasciata dalle coltivazioni (specie le risaie che emettono moltissimo metano) mentre il restante dipende dagli animali (ma dal rumine, non dall’intestino). Così saprebbero, con riferimento all’acqua, che se il 60% del cibo mondiale è prodotto senza irrigazione e una quota rilevante di carni (ruminanti) è prodotta sui pascoli, la copiosa acqua necessaria per produrre carne è in larga misura quella piovana. Di qui il quesito: a cosa servirebbe quest’acqua – che si è accumulata nel suolo - se non fosse utilizzata dalle piante per crescere e quindi produrre cibo direttamente o dopo essere state “pascolate” dagli animali?

Per inciso, ricordiamo che quanto suggerito da Vineis et al., e cioè che il 40% (in realtà il 35%) delle terre emerse è occupata dall’agricoltura, non considera che solo il 12% (1,5 miliardi di ettari) è costituito da arativi mentre il restante 23% (3,2 miliardi di ettari) è costituito da aree semi-naturali quali praterie, steppe eccetera, il cui utilizzo avviene solo grazie agli animali, con pochissimi input e probabilmente con un bilancio del carbonio favorevole. Né il lettore deve dimenticare che