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Gloriosa in battaglia: vivere nello spettro della divergenza

screenshot dal film The wodereres

Una giovane con una grave disabilità, una famiglia che le gravita attorno, imparando momento dopo momento come orientarsi e modificare lo sguardo sul mondo per accoglierla. "The wonderers", il film di Joséphine Japy presentato a Cannes lo scorso anno, ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile al Milano film festival. 

In copertina: screenshot dal film “The wondereres" (2025)

Tempo di lettura: 4 mins

Mettere in scena senza catarsi, lezioni morali o rivendicazioni per diritti negati; raccontare la consistenza della vita com’è con e per un figlio o una figlia, un fratello o una sorella neurodivergente non è impresa semplice. Il docufilm forse favorisce registi e attori, ma cimentarsi in un lungometraggio implica maestria, sensibilità e un vissuto sinora visti raramente sullo schermo. Vivere nello spettro della divergenza è un modo diverso di percepire il mondo. È quindi necessario modificare il proprio sguardo, cambiare attitudine e linguaggio, per vedere attraverso lo schermo. The wonderers è un prezioso e piacevole invito a intraprendere questo cambiamento.

Bertille, cioè “colei che brilla in battaglia” (è il significato etimologico del nome di origine germanica) è una tredicenne (Sarah Pachoud) che vive con i genitori Madeleine (Mélanie Laurent) e Gilles (Pierre-Yves Cardinal) e la sorella Marion (Angelina Woreth) a Nizza. La famiglia Roussier vive in un fragile equilibrio costruito intorno alla ragazzina, affetta da una grave disabilità dagli esiti incerti. Madeleine, Gilles e Marion fanno del loro meglio per affrontare i propri dubbi e le necessità della figlia minore, che potrebbe morire da un momento all’altro, fino a quando non emergerà una nuova diagnosi e inaspettati orizzonti si apriranno.

La malattia, senza filtri

Esordio da regista dell’attrice Joséphine Japy (nel 2014 ha interpretato il ruolo principale di Charlie nel film Respire, con la regia di Mélanie Laurent, la quale in The wonderers interpetra la mamma di Bertille) con un film ispirato alla propria esperienza personale, uno sguardo su sé stessa e il relazionarsi con i famigliari e con gli altri: sul “crescere”. «Volevo qualcosa di discreto ma che non distogliesse lo sguardo»: con tocco delicato e al tempo incisivo, evitando la facile retorica e il sensazionalismo spicciolo, Joséphine Japy tratteggia il quotidiano di una famiglia sospesa in un limbo e afflitta dal peso della responsabilità, della colpa e dell’inadeguatezza. Sentimenti scomodi, che ogni componente affronta a suo modo: la madre vive esclusivamente in funzione della figlia disabile, la sorella prova a costruirsi una vita normale tra scuola, cotte e una relazione tossica con un uomo molto più grande, il padre compensa con il lavoro. Emergono così caratterizzazioni pudiche e appassionate che costruiscono un quadro intimamente realistico della malattia e delle sue conseguenze.

Bertille è affetta dalla sindrome di Phelan-McDermid, una rara condizione genetica della quale sono noti poco più di 600 casi al mondo. Si manifesta fin dall’infanzia con una serie di disfunzioni correlate allo sviluppo cognitivo, motorio e del linguaggio. «Ci sono voluti 22 anni per diagnosticare la malattia di mia sorella. Per quasi un quarto di secolo siamo stati persi», ha dichiarato Joséphine Japy. Sino ad allora, per i medici consultati Bertille era affetta dalla sindrome di Rett, una malattia genetica rara e grave del neurosviluppo, caratterizzata da rapida regressione dello sviluppo nella prima infanzia, perdita parziale o completa dei movimenti intenzionali delle mani, perdita del linguaggio, anomalie dell'andatura e movimenti stereotipati delle mani, di solito associati alla decelerazione della crescita del cranio, disabilità intellettiva grave, crisi epilettiche e anomalie del respiro. La malattia ha un decorso clinico progressivo.

La nuova diagnosi, il riconoscimento tardivo di un diritto, genera speranza di cambiamento ed esalta non solo la tenacia, ma anche e soprattutto i momenti di debolezza o indecisione dei singoli componenti famigliari.

Una costruzione filmica ben fatta con un cast impeccabile in cui spicca Mélanie Laurent (Austin Film Critics Association Award 2009 come miglior attrice per Bastardi senza gloria), ma anche la giovane Sarah Pachoud, in un'interpretazione e presenza di intensità. Il film è stato presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione Séances Spéciales e al Milano Film Festival 2026. «Non volevo un film a tesi. Volevo che la disabilità diventasse materia cinematografica».

Un’attenzione che non si interrompe mai

Inizialmente il titolo era Bertille, ma la regista ha deciso di cambiarlo dopo aver scoperto il significato del nome: ha optato per The wonderers (gli esploratori) forse per rimandare o rimarcare quel lavoro faticoso, doloroso e quotidiano di analizzare e cercar di comprendere comportamenti neurodivergenti, cogliere e rispondere a emozioni che richiedono attenzioni continue quando si è da soli, abbandonati, se non addirittura contrastati, dai conoscenti, dalle istituzioni: è quindi una esplorazione in corso di battaglia.

Joséphine Japy ha preferito sottolineare la fiducia nel futuro, la tenacia e l’esito terapeutico dell’esplorazione, eppure Bertille "brilla in battaglia" e con lei ciascuno dei suoi familiari, singolarmente e insieme. La narrazione di una battaglia eroica quotidiana che spesso, per timore, fa girare lo sguardo altrove e che invece merita di essere vista sullo schermo e guardata e affrontata nella vita reale. Forse non è un caso che la regista e le protagoniste siano donne. E alle attrici che interpretano Bertille, la madre e la sorella è andato il premio per la migliore interpretazione femminile assegnato il 9 giugno al Milano film festival «per la straordinaria forza dell’unità d’insieme espressa sullo schermo. Il grande lavoro di costruzione attoriale della giovane protagonista trova un perfetto contrappunto nell’interpretazione per sottrazione della madre. Tutte e tre le donne sfuggono costantemente alla prevedibilità e ai cliché, traducendo la sofferenza in un lavoro pulito, fatto di silenzi e sottintesi».

 


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