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"Il tempo e l'acqua" per raccontare la catastrofe climatica

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Nel libro Il tempo e l'acqua (Iperborea, 2020) lo scrittore islandese Andri Snaer Magnason impasta mito, poesia, reportàge e scienza per raccontare la crisi climatica. A partire dalla storia della sua famiglia e dall'inesorabile fusione dei maestosi ghiacciai dell'isola. (Nella foto, Senza titolo, di Graziella Da Gioz - collezione Renata Tinini).

Nel Dialogo della Natura e di un Islandese, Giacomo Leopardi mette in scena il disincanto dell’uomo verso la Natura matrigna. Esasperato dal clima ostile della sua isola - “la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla” - il povero islandese intraprende un viaggio verso Sud, dove però non trova conforto.

Sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove; Molte bestie salvatiche mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa”.

La risposta della Natura allo sfogo dell’infelice Islandese è piuttosto chiara:

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Quando io vi offendo… io non me n’avveggo; come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

La Natura si cura solo dell’eterno alternarsi di "produzione e distruzione" che regge le sorti dell’universo, non certo della nostra specie. A quel punto esce di scena lasciando l’islandese preda di due leoni che lo divorano. Verrà ritrovato mummificato fra le sabbie africane, dove si è svolto l’allucinato dialogo, e quindi portato in un museo “di non so quale città d’Europa”.

De te fabula narratur, si potrebbe dire rileggendo l’Operetta leopardiana in epoca antropocenica. Torna sull'argomento a modo suo un autore guarda caso islandese, Andri Snaer Magnason in Il tempo e l’acqua (Iperborea, 2020), che quest’anno ha ricevuto il premio Tiziano Terzani a Udine.

In Islanda il principale impatto del cambiamento climatico è la fusione dei numerosi ghiacciai presenti sull’isola. Magnason intreccia la storia della sua famiglia con il progressivo ritirarsi dei ghiacciai, che hanno alimentato con la loro pervasiva presenza miti e leggende dell’isola.  

In effetti il tempo è uno dei grandi ostacoli che si frappongono a una piena coscienza della minaccia climatica, che nel sentire comune è sempre di là da venire. Ma così non è, sia perché gli effetti di questo grado centigrado in più che le emissioni climalteranti hanno fino ad ora prodotto si stanno già facendo sentire (dagli incendi alle ondate di calore ai terribili colpi di coda dell’uragano Ida negli Stati Uniti). Sia perché il fatidico 2100 a cui fanno riferimento i modelli climatici non è, a pensarci bene, così lontano. Per farci capire la "normalità" della catastrofe, Magnason racconta la storia della sua famiglia. Gli avventurosissimi nonni, all’inizio del secolo scorso si univano alle spedizioni dei glaciologi islandesi nelle loro misurazioni degli imponenti a apparentemente indistruttibili ghiacciai locali. Il libro si apre quindi con il tono di una epopea famigliare che a partire dalle attività di - potremmo dire - “cittadinanza scientifica” dei nonni, si mescola con la vita dell’autore e di sua figlia Hulda Filippìa, che immagina tenere una “conversazione sul futuro” il 4 ottobre 2102. Sua figlia, ormai novantenne, mostra alle due nipotine gemelle la foto della nonna da cui ha preso il nome.

“Questa signora la conosco”, dice Hulda Filippìa, “ho preso il nome da lei. Era nata nel 1924, 178 anni fa. Facciamo un calcolo”, dice mescolando la pastella per altre frittelle. “Che calcolo dobbiamo fare’” chiedono le bambine. “E’ un piccolo indovinello che mi ha insegnato mio padre quando avevo dieci anni. Quando sarà ancora vivo qualcuno a cui vuoi bene?”. “Cosa vuol dire?”. “Voi avete dieci anni; in che anno ne compirete novanta?”. Scribacchiano su un foglietto 2090 più novanta fa 2180. “Adesso immaginiamo che vi nasca un nipote nel 2170: quando avrà ottant’anni questo bambino? Quando parlerà ancora di voi?”. Fanno il conto. “Nel 2260?”. "Sì, pensate un po’! Questa persona a cui vorrete bene più di ogni altra cosa al mondo sarà ancora viva nel 2260. Sono più di 250 gli anni che si collegano attraverso di voi. (…) Qualsiasi cosa facciate ha una sua importanza. Voi create il futuro ogni giorno che passa".

Riportare il tempo alla dimensione dei ricordi di famiglia rende una questione complessa e astratta molto vicina e incombente, per nulla remota e “lenta”, come molti sono portati a credere.

Ho avuto la fortuna di conoscere e conversare brevemente con Magnason a Udine ai primi dello scorso luglio, appena prima che salisse sul palco per ricevere il premio per il suo libro ed essere intervistare da Marino Sinibaldi. Non avevo ancora letto il libro e quindi la conversazione è stata generica. Se l’avessi letto gli avrei chiesto, come ha fatto Sinibaldi, da dove deriva il suo acuto interesse per la figura del Dalai Lama di cui nel libro riferisce due incontri, una a Rekyavik e una a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio.

Nel libro lo scarto da un continente all’altro è brusco, ma giustificato dall’elemento comune che li unisce: l’importanza dei ghiacciai - islandesi come tibetani -, entrambi in recessione, cosa che porterà in modo via via crescente all’alternarsi di alluvioni e siccità dei grandi fiumi che alimentano. Un modo se ci pensiamo coinvolgente per far comprendere attraverso il colloquio con una figura carismatica come quella del Dalai Lama quanto le questioni ambientali e climatiche siano a un tempo globali e locali, intrise di scienza ma anche con inaspettate comunanze fra tradizioni e religioni così diverse.

Da leggere, a questo proposito, il racconto del mito islandese di Auohmla, la “grande mucca di brina” che con il suo “latte” irrora e dà vita all'isola attraverso i suoi fiumi. Il mito della mucca islandese richiama inaspettatamente il mito di Kamadheunu, la mucca dell'abbondanza che sta alla base della religione hindu e che, come spiega nell'intervista il Dalai Lama, nell'iconografia tradizionale viene rappresentata con le zampe ben piantate nel massiccio tibetano dell'Himalaya e dalla cui mammelle fuoriesce il "latte" che alimenta l'Indo, il Sutley, Il Brahmaputra e il Karnali, che come il Brahmaputra è uno dei principali immissari del Gange. Acqua e vita per miliardi di persone.

Nel racconto, Magnason riesce nell'intento di rendere tangibile la crisi climatica, che scavalca i confini nazionali non solo con le emissioni ma anche con i flussi d’acqua. “Costruendo una diga nel proprio paese, si nega l’acqua alle popolazioni a valle. Da un punto di vista geopolitico, non dimentichiamo che nella zona himalayana, ai piedi dei ghiacciai in recessione, vivono tre potenze nucleari (India, Pachistan e Cina, ndr.)”, spiega a Magnason il climatologo Lonnie Thompson della Ohio State University che sta studiando 680 ghiacciai sugli altopiani del Tibet. Bastano poche battute per far capire come un problema ambientale si possa trasformare in una minaccia alla pace nel mondo.

Ecco un altro esempio di come i termini tecnici della scienza e la valanga di dati che corredano buona parte dell’informazione sul clima si possano trasformare in narrazione comprensibile e coinvolgente. Con messaggi importanti, per esempio quello della collaborazione scientifica transnazionale di scienziati nepalesi, cinesi, russi e sudamericani che insieme al ricercatore statunitense lavorano insieme per studiare le dinamiche dello scioglimento dei ghiacciai tibetani.

Il tempo e l’acqua trasforma una delle questioni scientifiche più complesse in racconto e reportage. Ma il libro è sviluppa anche una riflessione sulla insostenibilità della nostra società dei consumi, sul modo in cui il boom economico del dopoguerra ha cambiato noi, il modo in cui viviamo l’ambiente e ne parliamo.

Immagino che Magnason, che di mestiere fa il narratore, il poeta e il drammaturgo, conosca Il dialogo della Natura e dell’Islandese di Leopardi. Se non l’ha citato probabilmente è perché il nostro poeta non lasciava nemmeno un barlume di speranza sul nostro futuro. Anzi, vedeva nella natura quella dimensione supremamente indifferente alle sorti umane che ci avrebbe alla fine lasciati mummificati "in qualche museo d’Europa" come reperti fossili di una specie molesta e invadente. Il che alla lunga non è da escludere.

Affezionato alle tradizioni e alla letteratura locale, Magnason preferisce in questo strano libro sul clima e la natura far riferimento a un poeta islandese romantico come Helgi Valtyasson, di cui cita un libro sulle renne mentre il giovane Magnason sta conducendo una campagna di opinione sulla tutela degli straordinari altopiani interni dell’isola. Insieme al compagno di viaggio Edvard Sigurgeirsson, Helgi esplora nel 1939 l’altopiano a nord del Kringilsárrani,

una distesa verde di 50 chilometri quadrati chiusa da un lato da due imponenti fiumi glaciali praticamente inguadabili, e dall’altra da un ghiacciaio, il Brúarárjökull. C’erano due alte vette vulcaniche e i cosiddetti hraukar, morene terminali che avevano spinto in là parti del terreno coperte di vegetazione durante l’avanzamento del 1890.

I brani di Helgi - che invito a leggere direttamente dal libro - trasudano lirismo e una sorta di fusione panica con quei paesaggi oggi sommersi e cancellati dalla “torbida acqua glaciale” di un bacino formato dalla diga di Kárahnjúkar per produrre l’energia necessaria alla fiorente industria dell’alluminio. L’Islanda è uno dei paesi con il più alto PIL al mondo anche grazie a questa industria, finalizzata fra le altre cose alla produzione di packaging che ora l’Europa sta tentando di ridurre puntando sul riciclo e l’economia circolare. Magnason ha lottato per anni per destinare questi altipiani interni a parco nazionale, passando per i conterranei come “tipico uomo di città alienato che viveva la natura per la prima volta” e che - persa la battaglia da “ambientalista estremista" - fa scoccare una serie di interessanti riflessioni dal contatto con la lirica inattuale di Helgi, che canta i “vasti e silenti spazi divini” opponendo l'anacronistico valore della bellezza alle ragioni dell’economia.

Solo dopo aver letto il libro di Helgi ho capito che io e i miei contemporanei eravamo irreparabilmente intrappolati nel discorso dominante. La scrittura di Helgi non era sottomessa al linguaggio dell’economia, in cui la cultura è investimento e la natura nient’altro che una risorsa sprecata. La possibilità che la natura fosse al di sopra di ogni definizione, o che fosse perfino “sacra”, non era ammissibile per i nostri tempi.

Il libro alterna parti di pura poesia a minute descrizioni scientifiche dei principali impatti che via via si stanno manifestando sotto i nostri occhi, dallo scioglimento dei ghiacciai all’innalzamento dei mari, dall’overdose di rifiuti all’inquinamento da traffico, che con la decarbonizzazione lascerà il posto, se non opteremo per una conversione al trasporto pubblico, a ingorghi di auto elettriche fatte comunque di acciaio, plastica e litio.

L’effetto è straniante e non sempre convincente. Nel passare dai cantori della bellezza, dalle mistiche del Buddhismo del Dalai Lama e dal taoismo del Daodejing alla ragioneria dei climatologi si resta a volte spiazzati. Ma tant’è, è bello talvolta deviare dal solco, sul filo dei versi sapienziali del maestro Laozi.

Trenta raggi si uniscono in un solo mozzo
e nel suo non-essere si ha l’utilità del carro.

Il tempo e l’acqua testimonia la ricerca di un linguaggio adatto alla crisi che stiamo vivendo, una lotta che Magnason esplicita confessando un iniziale “blocco dello scrittore”, che lo induce poi a sperimentare un linguaggio che si faccia ascoltare, tocchi il cuore e muova all’azione: una “mitologia per la contemporaneità” all'altezza del compito che ci attende.

Bisogna rivedere quasi tutta l’eredità che ci ha lasciato il XX secolo. Dobbiamo riconsiderare i nostri regimi alimentari, la moda, la tecnologia, i mezzi di trasporto, tutta la produzione e i consumi. Allo stesso tempo, tra poco la terra dovrà nutrire nove miliardi di persone e il genere umano dovrà preservare quanto ancora resta della natura incontaminata. Bisogna ripensare il mondo, e bisogna fare in fretta, più in fretta di quanto abbiamo fatto a inventare gli aerei, l’energia nucleare e l’informatica.

E, visto che dalla prospettiva del nostro secolo la natura non ci appare più metafisicamente matrigna, la crisi ecologica si rivela nella parte finale del libro come una sfida possibile, anche grazie alla scienza. Sconcerta sulle prime che Magnason prenda come esempio la figura controversa di Robert Oppenheimer, che come un moderno Prometeo ha "donato" al mondo il fuoco atomico piovuto su Hiroshima e Nagasaki. Anche se i ricercatori di un nuovo Progetto Manhattan sul clima sarebbero oggi come "l’eliminatrice di carbonio” Sandra Snaebjörnsdòttir, che Magnason introduce nella parte finale del libro, impegnata a trasmutare le ventimila tonnellate di CO2  rilasciate ogni anno dalla centrale geotermica di Hellisheioi in roccia di carbonato di calcio, attraverso il pompaggio del gas nel piano di basalto su cui poggia la centrale islandese.

 

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