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Giorgio Metta: ripartiamo con più ricerca e tecnologia

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Giorgio Metta è il direttore dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova, ed è noto soprattutto per la sua “creatura”, il robot umanoide Icub. Lo abbiamo incontrato per capire il ruolo della ricerca e della tecnologia nella “ripartenza” post Covid. E per non farci cogliere impreparati al prossimo appuntamento (speriamo lontano) con un’emergenza di questo genere.

Quale può essere il contributo della ricerca e della tecnologia in questa fase di ripartenza?

La tecnologia è importante, ma prima di tutto bisogna puntare sulla responsabilizzazione dei cittadini e quindi sulla comunicazione efficace per far rispettare regole di distanziamento e in sostanza di autodifesa collettiva da possibili riprese dell’epidemia. Per veicolare questi messaggi si possono utilizzare anche i cellulari e modalità innovative come la gamificazione, che trasformando in gioco questi messaggi di igiene, prevenzione e sanità pubblica può avere più impatto nel fare cultura in questo campo. Al contempo, sapendo che non tutti rispettano le regole, app e dispositivi indossabili possono aiutare a ricordarci determinate regole - come tenere la distanza - in modo semplice e non troppo invasivo. Queste dispositivi sono sicuramente utili anche per identificare in tempi rapidi possibili nuovi focolai. Ma ci tengo a sottolineare che la comunicazione, e il software, vengono prima dell'hardware.

In attesa di vedere come funziona l’app Immuni, che tipo di contributo ha fornito l’IIT in questo settore?

Sul distanziamento abbiamo realizzato qualche applicazione. I nostri studi sulla visione dei robot ci hanno consentito di utilizzare dei programmi per misurare le distanze fra le persone, che abbiamo sperimentato all’aeroporto di Genova nel monitorare i flussi dei viaggiatori ed evitare addensamenti pericolosi. Studiando le interazioni uomo-robot avevamo sviluppato dispositivi indossabili che consentivano al robot di localizzare le persone con le quali entrare in realzione; partendo da questi abbiamo sviluppato un braccialetto che vibra/si illumina se non mantieni la distanza di sicurezza da altre persone. Spero che questi pochi esempi diano un'idea delle ricadute delle ricerche nel campo della robotica e dell'intelligenza artificiale. 

Questa pandemia ci ha colti impreparati. Ma se ci fosse una pandemia simile fra cinque anni, cosa potrebbe fare di diverso e di più utile la tecnologia?

Per questo ci vorrebbe un programma specifico. Al momento i sistemi robotici non hanno la flessibilità necessaria per poter essere riproposti all’interno di un ospedale o nell’assistenza domiciliare. Cambiare ambiente di lavoro a un robot è sempre molto difficile, quindi andrebbero studiati nuovi robot ad hoc. Per un re-targeting di questo genere bisogna partire adesso per essere pronti fra qualche anno. Otto anni fa era stato proposto un progetto flagship europeo che si chiamava “Robot companion”, che aveva proprio questa finalità. Purtroppo non è stato finanziato, ma c’è sempre modo per dare il via a nuovi programmi in questa direzione attivando collaborazioni fra la comunità scientifica e le aziende del settore.

Un’altra cosa che si potrebbe fare in vista di emergenze future è superare il modello delle RSA così come sono concepite adesso, di cui abbiamo visto la criticità, rendendo possibile forme di assistenza avanzata di tipo medico e psicologico direttamente a casa. Mi sembra importante insomma decentralizzare la sanità e l’assistenza, evitando quelle concentrazioni di persone che possono creare pericolosi focolai epidemici. Anche su questo punto la tecnologia può essere utile, sia per il monitoraggio sia per migliorare i sistemi digitali di comunicazione e socializzazione. Per il 2025, una sanità più distribuita e più tecnologica penso potrebbe rivoluzionare l’assistenza rendendola più efficace, sicura e sostenibile.

Alla luce di quanto è successo negli ultimi mesi, come cambieresti le strategie di ricerca dell’istituto?

L’impalcatura del nostro piano strategico 2018-23 rimarrà la stessa. I nostri domini di ricerca sono quattro: robotica, nanomateriali, lifetech e computazione. Con i nostri ricercatori ora ci stiamo domandando perché non sfruttare questa occasione per creare una sinergia fra queste discipline. Per esempio far lavorare insieme l’optogenetica dell’attività neuronale del cervello con l’analisi computazione delle reti neurali, e con l’analisi del comportamento umano in relazione all’attivazione di queste reti. Si tratta quindi di dar via a studi interdisciplinari e organici in cui lavorano insieme ingegneri, biologi, neuroscienziati, esperti di robotica e di intelligenza artificiale. Una convergenza disciplinare di questo genere vorremmo realizzarla anche nel campo della sostenibilità.

Perché la sostenibilità? Che tipo di ricerche avete in corso in questo settore?

Il perché è semplice. Dopo Covid ci ritroviamo ora a dover riprendere in mano problemi non meno seri quali quello del cambiamento climatico e più in generale della sostenibilità ambientale. L’IIT è attivo su più fronti: dalle simulazioni volte al risparmio energetico, ai nuovi materiali per eliminare la plastica o per ridurre e recuperare la CO2 dall’atmosfera. In particolare, sull’assorbimento della CO2 rilasciata in atmosfera lavora soprattutto il nostro centro di Torino in collaborazione con il Politecnico; una ricerca è focalizzata su materiali organici e un’altra su materiali tradizionali capaci di assorbire la CO2 in modo anche economicamente sostenibile.

Un altro tema che torna in auge con la ripartenza è quello dell’approvvigionamento energetico. Il nostro contributo come istituto si focalizza sulla progettazione di celle solari con materiali innovativi. Un altro grande ambito che sta partendo adesso con i programmi europei è la ricerca sull’accumulo di energia, attraverso il potenizamento di batterie che devono sopperire alla discontinuità della produzione energetica da fonti rinnovabili.

L’automazione è un altro ambito importante per la nostra competitività futura. Quali sono le sfide in questo campo?

L’Italia ha un primato molto importante nella ricerca in questo settore. Sono molte le aziende che forniscono o utilizzano l’automazione, ma ora bisogna lavorare a una maggiore integrazione dei suoi diversi livelli. Secondo Confindustria, i programmi di Industria 4.0 hanno portato indubbiamente a uno svecchiamento delle macchine, non non ancora alla integrazione dei dati delle diverse componenti del sistema, capace di ottimizzare la produzione, il sistema delle forniture, e altri aspetti del processo. È un passo successivo che dobbiamo ancora fare.

Che rapporto siete riusciti a creare con i vostri partner industriali?

Abbiamo creato un rapporto di forte collaborazione e di fiducia, che nasce dal lavorare insieme negli stessi laboratori. Si tratta di capire i problemi che pone l’industria e studiare insieme possibili soluzioni scientifico-tecnologiche. Abbiamo avuto ottime esperienze in questo senso, in cui il trasferimento tecnologico ha funzionato, al punto da tradursi in nuovi prodotti industriali. IIT ha in effetti una doppia missione: quella di fare ricerca di base e quella di applicare nuove soluzioni tecnologiche. Negli anni, i nostri ricercatori hanno sviluppato entrambe le capacità.

Qualche esempio di collabrazione con l'industria?

Prima di tutto vorrei ricordare le due nostre principali start-up, quella sulla riabilitazione robotica (Movendo) e quella sul grafene (Bidimensional), ciascuna con una dotazione di più di 10 milioni di euro. Per quanto riguarda i nostri rapporti con le industrie, molto positiva è stata la collaborazione con Danieli Automation con cui stiamo sviluppando sistemi di robotica e visione artificiale già applicati nei loro impianti nel settore dell’automazione delle acciaierie. Un’altra collaborazione è con Camozzi Group, sempre nel settore dell’automazione industriale; un’altra riguarda l’ispezione automatica delle turbine per Ansaldo energia.

Quanto incide la vostra collaborazione con l’industria sul vostro bilancio?

Noi riceviamo circa 90 milioni di euro all'anno dallo Stato e altri 30 da grant e contratti industriali, divisi più o meno a metà. Dei progetti europei, riusciamo ad aggiudicarci sia un certo numero di progetti più orientati alla ricerca di base (come gli ERC), sia progetti Research & Innovation, sia i cosiddetti Innovation Action, a loro volta sviluppati insieme all’industria.

Tornando alla “ripartenza”, cosa si dovrebbe fare per far ripartire anche la ricerca in Italia?

Quando andiamo a vedere la qualità dei ricercatori italiani nel contesto internazionale scopriamo che sono piuttosto bravi, segno che la nostra formazione universitaria fa ancora un buon lavoro. La difficoltà in Italia è quando si vuole rimanere a lavorare nella ricerca. Credo che per questo bisognerebbe avvicinare il nostro sistema agli standard internazionali. Quindi semplificare i percorsi di carriera, con valutazioni indipendenti di livello internazionale. Fornire ai giovani la possibilità di lavorare in infrastrutture adeguate, con salari adeguati ma non necessariamente da subito con la garanzia della stabilità, che può arrivare in un secondo momento. Ma altrettanto importante è che il Paese investa di più in ricerca e innovazione. Altrimenti difficilmente potremo competere con paesi come la Germania, che investe 3-4 volte più dell’Italia.

Da questo punto di vista l’IIT ha regole piuttosto diverse da università e altri centri di ricerca. Credi che sia un tipo di organizzazione riproducibile altrove?

Se non ci sono impedimenti legali di qualche genere perché no? In fondo l’IIT non ha fatto altro che ispirarsi alle regole delle migliori università e centri di ricerca a livello internazionale. I nostri ricercatori entrano con un programma di Tenure Track durante il quale vengono valutati piuttosto severamente per 6-7 anni, dopo di che, se passano questa selezione, trovano un posto stabile all’Istituto. IIT lavora anche con altre università con programmi di dottorato e post doc, dove i ricercatori vengono per fare un'esperienza formativa ma non necessariamente per restare qui. Mobilità ed esperienze di lavoro diverse - lo ripeto - sono essenziali per formare un buon ricercatore. Non ci vedo niente di male che nostri ricercatori vadano a lavorare all’estero, l’importante è che ne arrivino altrettanti dall’estero, ma per questo dobbiamo diventare attrattivi, offrendo infrastrutture e condizioni di lavoro ottimali. L’IIT ha cercato di farlo. Il 32% dei ricercatori IIT sono stranieri, più una quota di italiani che ritorna da esperienze in altri Paesi. L’età media dei nostri ricercatori è 35 anni.

Come sei arrivato in IIT?

Ho studiato ingegneria all’università di Genova, dove ho continuato a lavorare occupandomi di robotica umanoide. Sono stato due anni al MIT a lavorare sui robot nel noto AI Lab. Poi, sfruttando un progetto europeo, sono tornato in Italia per continuare su questo filone di ricerca che mi appassionava. Nel mentre stava nascendo l’IIT, che mi ha offerto condizioni di lavoro ideali per sviluppare i miei progetti di robotica.

Ma fra la robotica umanoide e la cosiddetta robotica soft quale ti sembra la più innovativa oggi?

Ad essere veramente innovativa è la sintesi fra le due: ottenere un robot umanoide composto da parti “soft” sarebbe il massimo. Per esempio, dotandolo di attuatori soffici più simili a muscoli, quindi meno soggetti a vincoli e rotture; sensori tattili più sofisticati che consentano un’interazione migliore con l’ambiente; sensori della vista più simili all’occhio umano...

Ma alla fine un robot, per quanto umanoide, non sarà mai veramente umano. Che senso ha perseguire questo sogno?

I robot non si sostituiscono all’uomo ma possono aiutarlo. Si pensi al loro uso che si sta sviluppando per studiare e curare le patologie del neurosviluppo, come stanno facendo nel nostro centro per le “human technologies” nel parco tecnologico degli Erzelli a Genova. Il robot serve anche per studiare l’uomo, come siano fatti. È un modello semplificato dell’uomo su cui si possono condurre esperimenti più controllabili. Costruire e studiare i robot, in realtà, è un’attività profondamente umana, umanistica direi.

 

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