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Costi e limiti della precauzione suggerita da un discutibile report scientifico

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Il Rapporto "Valutazione di politiche di riapertura utilizzando contatti sociali e rischio di esposizione professionale”, che ha ispirato l'approccio del Governo alla Fase 2, è basato su scenari molto improbabili quando non inverosimili. Sarebbe invece opportuno considerare scenari realistici per non dare luogo con misure troppo restrittive a conseguenze socio economiche drammatiche e non comprimere ulteriormente i diritti fondamentali. Un'analisi dell'economista Giovanni Dosi, gli epidemiologi Carlo La Vecchia e Angelo Moretto e il giurista Gian Luigi Gatta. 
Nell'immagine, Installazione di Dan Flavin, Villa Panza, Varese. Foto di Renata Tinini.

Vorremmo esprimere, da prospettive diverse – quella dello scienziato, dell’economista e del giurista – alcune considerazioni sul Rapporto “Valutazione di politiche di riapertura utilizzando contatti sociali e rischio di esposizione professionale”[1] che presenta la valutazione dei rischi di diffusione epidemica per la malattia Covid-19 associata a diversi scenari di lockdown.

Il Rapporto è basato su un approccio precauzionale, in sé condivisibile, ma che conduce a scenari irrealistici o molto poco probabili quando si fanno assunzioni precauzionali estreme per ogni parametro fra quelli considerati, per i quali non si hanno informazioni certe e precise. Sappiamo, come è del resto facile intuire, che cumulare vari parametri, alcuni desunti su base arbitraria, per i quali è stata assunta l’ipotesi peggiore, produce nel complesso un worst case scenario non impossibile ma altamente improbabile.

È evidente che l’inverarsi dello scenario peggiore per tutti i parametri è evenienza, benché non impossibile, molto improbabile. È altresì evidente che nella situazione attuale dovemmo far riferimento a scenari molto probabili, viste le conseguenze che deriverebbero dal prolungamento del contenimento (lockdown) sul piano economico, sociale, psicologico e sui diritti civili, seppure in misura meno drastica dell’attuale. Pertanto, le simulazioni dovrebbero prevedere anche combinazioni di scenari diverse dalla somma degli scenari peggiori.  

I punti critici

Bambini e riapertura delle scuole

Il primo, riferito alla riapertura delle scuole, è basato sulla assunzione che bambini e ragazzi, che contraggono il virus SARS-CoV-2 in forma generalmente asintomatica o pauci-sintomatica siano contagiosi quanto gli adulti, in larga parte identificati sulla base di patologie clinicamente rilevanti.

In linea teorica, non vi è dubbio che un bambino asintomatico possa essere portatore di contagio. Tuttavia, poiché è necessaria una carica virale relativamente elevata per contrarre Covid-19, non è possibile ora quantificare la possibile diffusione della patologia stessa in seguito alla riapertura delle scuole. Certamente, considerare la contagiosità di un bambino asintomatico come quella di un adulto con patologia rappresenta di gran lunga lo scenario peggiore.

Potrebbero essere sviluppati scenari in cui si ipotizza una contagiosità inferiore, per esempio, 0,5, 10, 25%. Inoltre, è verosimile pensare che i bambini e i ragazzi  possano eventualmente contagiare i genitori che hanno in genere tra i 25 e i 60 anni, e che quindi avrebbero un rischio di malattia grave comunque trascurabile. Lo sarebbe per i nonni, che quindi dovrebbero, in ogni caso, essere adeguatamente isolati, peraltro sia nell’ipotesi di riaprire le scuole sia di tenerle chiuse. 

Protezione da mascherina

Il secondo aspetto critico è relativo ai coefficienti di riduzione della trasmissibilità in funzione dell’uso delle mascherine chirurgiche, ipotizzati tra il 15 e il 25%. Correttamente indossate, la mascherine chirurgiche riducono il potenziale contagio da parte di un soggetto infetto. Una riduzione dell’efficacia dovuta al non corretto o non generale uso della mascherina appare ragionevole, ma i valori 15-25% utilizzati negli scenari appaiono comunque arbitrari e solo rappresentativi del caso peggiore che potrebbe accadere in qualche rara occasione.

Inoltre, non si tiene conto delle misure di distanziamento fisico, ormai universalmente adottate – nessuno si stringe più la mano – che hanno senza dubbio un ulteriore impatto sulla trasmissibilità del virus SARS-CoV-2. Per cui anche la ripresa dei contatti con le stesse modalità pre-pandemia sono da escludere. 

In sintesi, tutte le assunzioni sulla riduzione di trasmissibilità appaiono controvertibili e non considerano aspetti essenziali in tale riduzione. I valori considerati sono certamente il caso peggiore, la cui evenienza potrà essere molto occasionale ma certamente non generalizzabile.

Immunità

Il terzo aspetto riguarda la proporzione di popolazione italiana che è stata negli scorsi mesi contagiata dal virus SARS-CoV-2, e che quindi ha probabilmente un certo grado di immunità, almeno nel breve-medio termine. Una stima esatta non è possibile, ma una serie di dati su survey, sierologia e tamponi a soggetti non patologici fanno supporre che possa variare tra il 5 e il 20% nelle diverse aree del Paese. Tali stime sono lontane dalla proporzione richiesta per ottenere una immunità naturale, ma in ogni caso hanno un impatto sulla riduzione della trasmissibilità del virus SARS-CoV-2 che dovrebbe essere inserito nello scenario di stima.

Terapie intensive

Altro punto con stime inverosimili riguarda la pressione sulle terapie intensive, pari a complessivi 430.000 pazienti con un picco di 150.000 su scala nazionale. La provincia di Bergamo a febbraio-marzo ha purtroppo rappresentato lo scenario peggiore per ritardi e difficoltà diagnostiche, e carenza di strumenti terapeutici. Ma anche rapportando i dati di Bergamo su scala nazionale, lo scenario è lontano dalle previsioni contenute nel Rapporto. Poiché oggi abbiamo possibilità di diagnosi, gestione e terapia molto migliori che a fine febbraio, non è possibile che lo scenario Bergamo si possa ripetere.

Economia

In vista delle ricadute economiche, sociali, psicologiche e sui diritti e le libertà civili che hanno  le azioni adottate sulla base  di simili  previsioni, sarebbe necessario valutare l’impatto di ipotesi diverse dalla peggiore e in diverse combinazioni per quei parametri di cui con conosciamo il valore. 

Il Rapporto non considera le incertezze in ogni scenario di futura diffusione della epidemia da Covid-19 in Italia e formula raccomandazioni dettagliate che non riflettono tali incertezze.

Al contempo, fermare un intero Paese per periodi prolungati ha effetti devastanti sull’economia. Le stime della caduta del PIL per la Germania (che ha chiuso molto meno di noi ) variano tra il 7 e più del 20%  (fonte IFO). In Italia la previsione della caduta del 15% per il primo quadrimestre suona oltremodo ottimistica. Ma il punto fondamentale è che questo non vuol dire che tutti i redditi si siano ridotti di tale percentuale.

La caduta nei mesi di lockdown è quasi totale per quella buona parte di Italia (circa la metà nel Sud) che vive nell’informalità, tra precariato e lavoro nero. Ed è così anche per contratti di lavoro a termine che non vengono rinnovati: lavoratori autonomi nella ristorazione, cultura, turismo; e servizi personali  (dai badanti ai parrucchieri)... Si tratta di una tragedia sociale di proporzioni drammatiche che non può essere compensata da nessuna invocazione alle opportunità di telelavoro (riservata a pochi). E questo va ben al di là delle perdite di lungo periodo di competitività della nostra già fragilissima economia.

Diritti

Deve inoltre essere considerato come le misure di contenimento dell’epidemia abbiano comportato nel nostro Paese una generalizzata limitazione dei diritti e delle libertà fondamentali senza precedenti. 

In un complesso bilanciamento tra gli interessi in gioco, nella prima fase dell’emergenza ha pesato di più l’esigenza di tutelare la salute pubblica sacrificando la libertà di iniziativa economica, la libertà di circolazione, la libertà delle persone in quarantena, e altre libertà ancora. 

Senonché la Costituzione e le carte sovranazionali, a partire dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, consentono simili deroghe ai diritti fondamentali a condizione che si tratti di misure che siano limitate nel tempo, necessarie e proporzionate. Con in più la garanzia di un controllo da parte dell’autorità giudiziaria, che pure deve essere nelle condizioni di svolgere la propria attività, non sempre compatibile con la modalità “da remoto”. 

Di fronte a un’epidemia, la compressione dei diritti si giustifica dunque nei limiti in cui vi siano evidenze scientifiche che rendono ragionevole dare più peso all’esigenza di tutela della salute pubblica. Quando però, con il decorso dell’epidemia, quelle esigenze diminuiscono, i diritti devono correlativamente riespandersi. I decisori pubblici devono avere questa consapevolezza e questa preoccupazione. 

Tutelare i cittadini, oggi, significa tutelare non solo la loro salute, ma un’ampia gamma di interessi che ruotano attorno a ciascuna persona e alla società nel suo complesso. Per questo, oggi più che mai, il ruolo della scienza è decisivo rispetto a scelte politiche che devono sì essere ispirate a cautela, ma entro certi limiti

Per questo la responsabilità degli scienziati è oggi massima, e per questo è opportuno il dialogo tra gli scienziati, anche in una prospettiva interdisciplinare, che qui abbiamo abbozzato muovendo da competenze e ambiti disciplinari diversi. 

 

Fonte

1. “Valutazione di politiche di riapertura utilizzando contatti sociali e rischio di esposizione professionale”, pubblicato da Open.online, 28 aprile 2020.

 

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