Covid-19/

Le Mille1Notte, raccontare la scienza con la letteratura

Read time: 4 mins

Crediti: Negative Space/Pexels. Licenza: CC0 License

Mancavano solo due giorni al capodanno del 1566. A Rostock, sul Mar Baltico, il pallido sole invernale era ormai tramontato da un pezzo. Nel cimitero della Marienkirche, tra lapidi di pietra divorate dai muschi, due giovanotti stavano duellando al buio

Non è l’inizio di un romanzo dell’horror, ma l’incipit di un racconto scientifico, "L’uomo dal naso d’oro", scritto da Massimo Capaccioli, fisico di origini maremmane e professore emerito di astronomia dell’Università Federico II di Napoli, città dove ha diretto anche l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte. "L’uomo dal naso d’oro" è uno dei 34 racconti scientifici (se non abbiamo contato male) che questo uomo di scienza di vasta cultura e di piacevole scrittura ha raccolto in un libro, "Mille1Notte. Storie dell’altro mondo", pubblicato di recente dalla casa editrice Mediterraneo (pagine 174, euro 15,00).

Se glielo chiedete, lui vi dirà che si tratta di una serie di articoli, lievemente rimaneggiati, apparsi su Il Mattino, il giornale napoletano che è il maggiore quotidiano del Mezzogiorno d’Italia. Ma questa non è che una verità apparente. I trenta e più testi che propone non sono semplici articoli. Sono, per l’appunto, racconti. Racconti scientifici. Anzi, scientifici e storici ad alta fedeltà, scritti con leggerezza calviniana.

Prendiamo proprio "L’uomo dal naso d’oro". È un racconto dedicato a Tycho Brahe, uno dei giovani duellanti nella notte buia che avvolgeva a due giorni dal capodanno il cimitero della chiesa dedicata a Maria, la Marienkirche. Il ragazzo restò ferito nella tenzone. Al naso. E così a mo’ di protesi gli fu applicato un naso dorato. Da cui l’appellativo che dà il titolo al racconto con cui Capaccioli ricostruisce in poche battute la vita di uno dei più grandi astronomi di ogni tempo. Capace di mappare il cielo e di superare l’ellenista Ipparco nella catalogazione delle stelle a occhio nudo. Ma Brahe fu grande anche e soprattutto perché elaborò un modello dei cieli intermedio tra quello geocentrico di Tolomeo e quello eliocentrico di Copernico. Lui fece tornare i conti astronomici mantenendo la Terra al centro ma facendo girare tutti gli altri pianeti intorno al Sole. Un modello che fu fatto proprio dai gesuiti matematici e astronomi del Collegio Romano, perché in grado di spiegare le novità del cielo galileiano con le “verità” scritte nella (ma sarebbe meglio dire ascritte alla) Bibbia.

Prendete, ancora, l’incipit di un altro racconto, "Il lato oscuro della materia":

"Neri sono i cavalli. Nere le ferrature. Sui mantelli luccicano macchie d’inchiostro e cera". Così il poeta repubblicano Garcia Lorca dipinge l’odiata guerra civile spagnola, per lui simbolo del male assoluto. In questi pochi e tetri versi domina il nero, colore della notte, della paura, del dolore, della morte. Ma, a ben guardare, il nero è solo la tinta del nulla, un non-colore segnato dall’assenza totale di luce. I fisici lo sanno bene fin dai tempi di Newton...

Oppure prendete l’inizio di quell’altro racconto, dedicato alle "Stelle incostanti":

”Ho pena delle stelle / che brillano da tanto tempo”. Versi struggenti del portoghese Fernando Pessoa …

Il primo racconto è dedicato alla materia oscura. Il secondo alle stelle Cefeidi. Entrambi iniziano con un dotto riferimento poetico. Perché questi sono i racconti di Massimo Capaccioli: pretesti. Pretesti per connettere le due culture. Per raccontare la scienza usando gli strumenti della letteratura (e della mitologia). D’altra parte non aveva forse scritto Galileo che «si concede anco al poeta il seminare alcune scientifiche speculazioni, come tra’ nostri antichi fece Dante nella sua Commedia, e come tra’ moderni ha fatto il Cavaliere Stigliani nel suo Mondo Nuovo»?

Da tempo ci si chiede se siano davvero efficaci queste “concessioni”. Molti uomini di scienza, molti fisici, in particolare, sostengono che no: se le proposizioni hanno da essere scientifiche, allora la loro divulgazione non può che essere formale: nel senso letterale, devono contenere formule matematiche, linguaggio in cui (è sempre Galileo a dirlo) è scritto il grande libro della natura.

Naturalmente, non è così. Il nostro immaginario scientifico, la nostra curiosità che ci sospinge a conoscere il mondo naturale, si forma non solo (stavamo per dire non tanto) sui manuali scolastici ma soprattutto nelle seminazioni artistiche: nelle poesie, nei romanzi, nei quadri, nelle fotografie, nei film che ci parlano di scienza.

Sono loro, direbbe Dante, i poeti, gli scrittori, i pittori, i fotografi, gli attori, i registi che ci consentono di raccogliere almeno le briciole che cadono dal tavolo dove si spezza il pane degli angeli (ovvero dai laboratori e dagli osservatori dove si producono le nuove conoscenze scientifiche). Sono loro che forniscono il cibo più. Ebbene, con i suoi racconti delle "Mille1Notte", Massimo Capaccioli, tra i più grandi astrofisici italiani, raccoglie gli autorevoli inviti di Dante e Galileo, sale (anche) sulle spalle di poeti e letterati per scrutare più in profondità i cieli e la storia che ci ha portato, per dirla con Primo Levi, sull’«orlo dell’inconoscibile»

Aiuta Scienza in Rete a crescere. Il lavoro della redazione, soprattutto in questi momenti di emergenza, è enorme. Attualmente il giornale è interamente sostenuto dall'Editore Zadig, che non ricava alcun utile da questa attività, se non il piacere di fare giornalismo scientifico rigoroso, tempestivo e indipendente. Con il tuo contributo possiamo garantire un futuro a Scienza in Rete.

E' possibile inviare i contributi attraverso Paypal cliccando sul pulsante qui sopra. Questa forma di pagamento è garantita da Paypal.

Oppure attraverso bonifico bancario (IBAN: IT78X0311101614000000002939 intestato a Zadig srl - UBI SCPA - Agenzia di Milano, Piazzale Susa 2)

altri articoli

Epidemic: from reality to fantasy

Comparing the Covid-19 pandemic with two pandemics from literature: “The White Plague” by Frank Herbert and “Station 11” by Emily St. John Mandel

Epidemics is an often recurring theme in world literature, where authors share with us their realistic and unrealistic version of them. I recently read two books with global plagues in them: “The White Plague” by Herbert (1982) and “Station 11” by St. John Mandel (2014). These books came to mind at the outbreak of the new coronavirus epidemics, and I was reminded of the traits of their own epidemics and how puzzled they had left me. I will not compare these three diseases scientifically, as that would be impossible.