Per la ricerca non bastano le ciliegine. Dateci la torta!

Read time: 7 mins

La sala Amaldi del Dipartimento di Fisica della Sapienza è pienissima, con tanta gente seduta in terra o in piedi. Apre l'incontro Giorgio Parisi, protagonista della giornata con il suo appello “Salviamo la ricerca”, che ha già raccolto quasi 50mila firme.

Parisi esordisce descrivendo efficacemente la situazione di affanno in cui versa la ricerca pubblica italiana, che rischia la morte per asfissia per mancanza di strategie e fondi. Basti osservare come in questi anni il calo del finanziamento delle Università (dove si svolge il grosso della ricerca) si sia accompagnato a una riduzione progressiva del numero di ricercatori e docenti, non rimpiazzati dopo la pensione. Chi si immagina di fare questo mestiere spesso va all’estero, con poche possibilità di tornare in condizioni dignitose. Si calcola che ci siano almeno 15-20.000 ricercatori italiani che ora lavorano all'estero. In Francia, in alcuni settori, il numero di ricercatori italiani all'interno degli enti di ricerca supera il numero dei ricercatori francesi. Un paradosso che mette in evidenza lo squilibrio della situazione italiana nel campo della ricerca rispetto a paesi come la Francia o la Germania.

Segue l'intervento di Piero Angela, che sottolinea come in Italia la ricerca di base sia sempre stata considerata avulsa da ricadute applicative, e di conseguenza sottovalutata dai governi. E fa bene, Angela a ricordare per l’ennesima volta come questo non sia affatto vero, e che basterebbe citare i "ragazzi di via Panisperna” per capire quanto la ricerca “curiosity driven” possa avere un impatto profondo sull'innovazione tecnologica. Conclude dicendo che c'è anche un problema di comunicazione: raramente infatti la protesta sulla ricerca fa rumore, perché i mezzi che la ricerca usa per protestare sono troppo timidi. E nessuno, a parte gli scienziati, si lamenta se la ricerca viene tagliata. 

Segue quindi un breve collegamento video con il direttore del CERN Fabiola Gianotti che sottolinea come la formazione dei giovani scienziati italiani sia ottima, e ricorda come in Italia ci siano comunque realtà incredibilmente buone, istituti che collaborano a pari livello con prestigiosi istituti stranieri. Ciò che spinge i giovani a emigrare è il precariato. E se non si pone in fretta rimedio a questo, si rischia di perdere un’intera generazione di scienziati e di bruciare il patrimonio acquisito in molti filoni della ricerca. 

Prende quindi la parola Arianna Montorsi, del Politecnico di Torino, che mostra una serie di dati interessanti sulla ricerca. In italia i ricercatori sono solo il 6% del totale europeo, molto vicino al 4% dell’Olanda, che ha meno abitanti della Lombardia. Ma nonostante i pochi scienziati, l’Italia risulta essere al vertice per numero di pubblicazioni e numero di citazioni/ricercatore. Passando a considerare i progetti europei, è vero che, nell'ambito del Settimo programma quadro, abbiamo ricevuto meno fondi di altri paesi, ma la percentuale di fondi per ricercatore attivo è molto piu alta che negli altri Paesi europei. I ricercatori italiani hanno quindi risultati brillanti, ottenuti però a caro prezzo: ogni ricercatore italiano infatti ha inoltrato il doppio delle richieste dei colleghi europei, dedicando il doppio del tempo a compilare domande di finanziamento. Le buone prestazioni dei nostri ricercatori non sono sufficienti per riportare in Italia i fondi versati alla Commissione Europea per il finanaziamento della ricerca, stabilito in ragione della popolazione. E' stato calcolato che, per il Settimo programma quadro, la “differenza fra dare e avere” è di circa 2 miliardi di euro, che potrebbe salire a 3-5 miliardi di euro con Horizon 2020. 

Seguono quindi vari interventi di giovani ricercatori vincitori di ERC che, una volta esaurito il finanziamento europeo per le loro ricerche, non hanno la certezza di poterle continuare con fondi stabili nazionali. Colpisce in particolare l'intervento video di un giovane ricercatore di storia, ora in Germania. Se n'è andato perché voleva lavorare in un paese "dove l'istituzione non avesse paura di cambiare. In Italia l'istituzione continua a non cambiare”, e ora lui chiede: “Ce la faremo mai a uccidere il Gattopardo?" Prima che lui uccida noi?”.

In apertura di tavola rotonda (moderata da Pietro Greco), Maria Pia Abbracchio (Università di Milano e Gruppo 2003) fa il punto sui finanziamenti alla ricerca, sottolineando come i tagli del governo siano caduti prevalentemente su di essa. Segno del fatto che la ricerca non è mai stata considerata strategica per il paese. Un’analisi del bilancio dello Stato mostra che le 3 missioni più tagliate nel 2014 sono state la missione n.17 (ricerca e innovazione), la n. 23 (istruzione universitaria) e la missione scuola. I dati mostrano anche che quando vengono concessi, i fondi vengano allocati male, senza strategia, senza coerenza e senza metodo.

E’ necessaria quindi una programmazione strategica che individui i grandi temi di ricerca e innovazione sui quali il Paese vuole investire, condivisa fra governo e gli scienziati piu autorevoli del Paese. Come nel resto del mondo. Una volta decise le priorità, le varie proposte devono essere selezionate in base al merito. Per attuare questi obiettivi, da circa dieci anni il Gruppo 2003 per la ricerca propone l'istituzione di una Agenzia che si occupi del bandi competitivi per l'assegnazione dei fondi. Tutti gli altri Paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania) ne sono provvisti ed erogano finanziamenti ingenti e continui di natura competitiva, contribuendo in questo modo ad aumentare l’eccellenza delle rispettive ricerche nazionali.
Attualmente invece in Italia i fondi vengono erogati da vari ministeri con regole complicate e quasi punitive, a  soggetti di volta in volta diversi. Tutte queste risorse andrebbero invece convogliate su un'Agenzia che emetta bandi competitivi aperti a tutti gli scienziati che lavorano in ambito pubblico o attraverso partnership pubblico-private. I bandi andrebbero fatti a cadenza prevedibile, per poter dare quella continuità (e tranquillità) alla ricerca di base necessaria a una successiva proiezione dei progetti italiani in ambito europeo. Servono poi trasparenza di procedure, valutazioni in itinere ed ex-post, che ancora mancano nelle modalità di finanziamento pubblico della ricerca in Italia.

La senatrice Francesca Puglisi si dice d'accordo con l'idea di una Agenzia unica (o "unita' di missione”, come preferisce chiamarla), che permetta al governo di tracciare grandi linee strategiche per il Paese insieme con una cabina di regia fatta dagli scienziati piu autorevoli in ogni settore. Ritiene inoltre che sia necessaria una semplificazione burocratica per restituire autonomia alle università e agli enti di ricerca, e propone un gruppo di lavoro congiunto con i ricercatori da realizzare nel piu breve arco di tempo possibile. Secondo Puglisi cominciano già a vedersi i primi segnali positivi, quali lo sblocco dei punti organico per i ricercatori di tipo A, il bando di 1.060 posti nuovi da ricercatori, dei quali circa 800 nell’Università, e l'approvazione ormai imminente del PNR, con una dote di circa 2 miliardi e mezzo di euro.

Interessante anche l'intervento dell’economista della Sapienza Alessandro Roncaglia che ha osservato come dal 1998 al 2014, l’Italia è passata dalla 22esima alla 31esima posizione nel PIL procapite. La discesa in questa graduatoria si è accompagnata con una simile discesa nell’Human Development Index (dal 19esimo al 27esimo posto dal 1998 al 2014), segno di un arretramento nella competizione internazionale che ha a che fare anche con le diminuite capacità di ricerca e innovazione.

Il senatore Walter Tocci, all'indomani dell'annuncio del presidente del Consiglio del finanziamento da 1,5 miliardi di euro (in dieci anni) per la realizzazione del progetto dello Human Technopole coordinato dall'Istituto Italiano di Tecnologia, condivide la posizione espressa da Elena Cattaneo sul progetto Human Technopole (La Repubblica del 25 febbraio) e per questo proporrà alla senatrice di presentare una mozione che chieda al governo di mettere a disposizione una "cifra analoga a quella stanziata per il progetto Human Technopole per finanziare la ricerca degli enti pubblici del Paese”.

La tavola rotonda viene chiusa da Giorgio Parisi che ricorda come la ricerca sia un sistema complesso, sul quale bisogna intervenire con la stessa attenzione e delicatezza che si presta alla cura di un organismo vivente. La ricerca - in questo suo carattere sistemico - va sostenuta in toto e non a pezzi, sapendo che l’università ne è la spina dorsale, e rispettandone la duplice funzione di didattica e ricerca. Gli interventi devono essere possibilmente più di carattere amministrativo, non moltiplicando inutilmente le leggi. L’Università, continua Parisi, è vittima di una narrazione negativa che l’ha dipinta come una fonte di sprechi, per ridurre i quali l’unica soluzione sembrava essere di “affamare la bestia”. "Questo non ha funzionato a ridurre gli sprechi, ma a mettere in ginocchio l’università sì”. Ora, in tempi di estrema ristrettezza di risorse, i ricercatori si rivolgono all’Europa. Ma l’Europa - conclude Parisi - può al massimo mettere alcune ciliegine sopra la torta. Come anche il progetto Human technopole sostenuto da Renzi, alla fine è una ciliegina sopra la torta. Ma la torta non c’è. Abbiamo bisogno della torta. Dateci la torta!

La registrazione della giornata Salviamo la ricerca: https://www.youtube.com/watch?v=ngbkZfEnMig
L’intervento sulla ricerca del segretario del Gruppo 2003 per la ricerca Giuliano Buzzetti http://www.radio1.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-61d02429-adf3-4b0c-96f6-0216f41bacb6.html

Articoli correlati

altri articoli

Europe health saved by welfare

Peace Love Doctor, Bansky. Credit: Thomas Hawk / Flickr. Licenza: CC BY-NC 2.0.

Mortality trends in Europe have been decreasing in recent years, differently from what happened in the United States with the rise in the so-called “deaths of despair” among low educated middle-aged white Americans. Most of all, such trends in Europe show no interruptions due to the economic crisis. This is the conclusion of a study published on PNAS by LIFEPATH, a project funded by the European Commission, which investigates the biological pathways underlying social differences in healthy ageing.