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Chiara Soletti

Chiara ha studiato all'Università di Padova in Italia, diplomandosi nel 2012 con un Master in Politiche ed Istituzioni per i Diritti Umani e la Pace. La sua passione per la protezione dei diritti umani e le relazioni internazionali l'ha portata a Londra per uno stage sull’educazione ai diritti umani presso il Segretariato internazionale di Amnesty International. Dopo questa esperienza, ha deciso di rimanere nel Regno Unito e ha trovato lavoro nel terzo settore.

Mentre lavorava come responsabile ai progetti per un ente di beneficenza, è diventata Coordinatrice della Sezione Donne, Diritti e Clima di Italian Climate Network (ICN), una no-profit italiana impegnata nella sensibilizzazione sui cambiamenti climatici. Durante i suoi tre anni di collaborazione con ICN, si è impegnata nella creazione attività volte ad analizzare il legame tra cambiamento climatico e diritti umani, con particolare attenzione alle questioni di genere. Ha partecipato come osservatore alla COP21, COP22, SBI46 e COP23 dell'UNFCCC, monitorando l'introduzione di principi dei diritti umani nell'attuazione dell'Accordo di Parigi, collaborando con la Costituente per i Diritti delle Donne e di Genere e rilasciando una dichiarazione durante la plenaria di chiusura della COP23.

Impegni al ribasso per i diritti umani alla COP25

Attiviste per i diritti umani durante la COP 25 a Madrid. Credit: IISD.

Venerdì 13 dicembre doveva essere l’ultimo giorno di negoziati sul clima per il 2019 di Madrid. Nel tardo pomeriggio, durante la conferenza stampa delle 19.00, arriva l’annuncio della presidenza cilena dell’assemblea: i negoziati proseguiranno ad oltranza. Quello che non si prevedeva ancora è che sarebbe durati fino al 15 dicembre, rendendo questa il negoziato più lungo nella storia dell’UNFCCC.

Clima, delusione (con qualche sorpresa) a Madrid

Abbiamo chiesto a Chiara Soletti, di Italian Climate Network, un commento sulla COP 25 di Madrid. 

“In generale il mio bilancio sulla COP25 è negativo, la situazione è sconfortante, ma allo stesso tempo credo che il multilateralismo sia un’opzione migliore del vuoto internazionale che esisteva in passato con gli stati nazione ognuno per suo conto”. 

Women and climate adaptation

El Mouddaa is a Maroccan Berber village, where 350 people live at an altitude of 2,000 m in the mountains of the Toubkal National Park. Over the last twenty years, the community has been affected by climate change and has experienced increasing insecurity with respect to the availability of food. This has forced people to leave the country to find seasonal work. This particular state of need has increased the responsibilities delegated to women, moreover creating an opportunity for their emancipation and an increasing participation in community decisions.

Gender and climate change: what do women have to do with this issue?

Although at first sight it may appear as a mere contrivance, the question immediately acquires a clearer and more precise outline if the concept proposed is considered with respect to developing countries, where women not only represent 43 percent of the agricultural workforce (with data ranging between 50 percent and 70 percent in sub-Saharan countries) but, for socio-cultural reasons are the members of their communities delegated to the preparation of daily food.