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Continuare a studiare dopo la laurea: quanto pesano le differenze di reddito

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In Italia, lo sappiamo, ci sono pochi laureati rispetto agli altri paesi europei. Ci sono però altri due aspetti che vengono solitamente meno sottolineati: il primo è che dal 2007 a oggi sono sempre meno i giovani che decidono di proseguire gli studi dopo la laurea, il secondo è la scarsa mobilità sociale del sistema universitario italiano, che fa sì che statisticamente chi proviene da contesti familiari meno favorevoli finisca per accontentarsi di un titolo di studio inferiore. Insomma, nonostante il sistema universitario italiano grazie a borse di studio e case dello studente favorisca l'accesso alla migliore istruzione di chi ha meno possibilità meglio di come fanno altri paesi, non si può proprio dire che produca come output una reale equità. I dati di cui stiamo parlando sono quelli raccolti da Almalaurea, pubblicati alla fine di aprile, e riguardano il 2015.

Aumenta chi si ferma dopo la laurea triennale

Nel 2015 i laureati che hanno dichiarato di non voler proseguire gli studi sono il 24% tra i laureati di primo livello (nel 2007 questa fetta rappresentava il 21% dei laureati triennali) e il 56% dei laureati di secondo livello, cioè fra magistrali biennali e a ciclo unico. Nel 2007 a non voler proseguire era il 50% del totale.

Un trend che si esprime anche nella scelta sempre più massiccia fra i laureati triennali di optare per un master di primo livello, quindi per un percorso più professionalizzante rispetto a una laurea magistrale. Si tratta di un dato che a pensarci bene non deve stupire, dal momento che come sottolineano diversi report su giovani e lavoro, il problema dell'università italiana è proprio la scarsa formazione professionale di laureati e diplomati, che li rende meno appetibili dei colleghi stranieri sul mercato del lavoro.

Chi viene da famiglie meno abbienti si ferma prima

Secondo gli ultimi dati OECD, nel 2015 la metà dei laureati italiani fra i 25 e i 34 anni ha lo stesso grado di istruzione dei propri genitori, e considerato lo scarso livello di studio medio degli italiani, di sicuro per noi non è una buona notizia. In realtà però quest'ultimo dato è il corollario. Il teorema è un altro: ancora oggi chi proviene da famiglie più istruite è più propenso a proseguire gli studi dopo la laurea o a intraprendere percorsi di studio più lunghi, le famose “lauree a ciclo unico”, come medicina e giurisprudenza. Un dato su tutti: il 43% dei laureati in medicina proviene da classi sociali elevate (cioè con entrambi i genitori laureati), e in generale il 34% degli iscritti a corsi di laurea magistrale a ciclo unico.

 

 

I figli di genitori che lavorano nell' “esecutivo” - come li definisce Almalaurea – rappresentano infatti il 22% dei laureati e sono più presenti in percentuale fra le lauree di primo livello rispetto ai livelli superiori. In particolare sono il 24% dei laureati dei corsi di primo livello, il 21% dei laureati magistrali biennali, solo il 15% dei laureati magistrali a ciclo unico. Per contro, i figli di famiglie più benestanti incidono sempre per il 22% sul totale dei laureati, ma in proporzione inversa: essi sono il 20% dei laureati di primo livello, il 22% dei magistrali biennali, e – come si diceva - il 34% fra i laureati magistrali a ciclo unico. Se vogliamo raggiungere gli standard europei, che prevedono almeno un 37% di laureati sull'intera popolazione (noi attualmente siamo al 24%, peggio di noi solo la Turchia) dobbiamo ripartire anche da qui.

@CristinaDaRold


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