fbpx MISSION: insegnare il metodo scientifico | Scienza in rete

MISSION: insegnare il metodo scientifico

Primary tabs

Tempo di lettura: 4 mins

Ogni volta che un insegnante prepara un’unità didattica si domanda quali sono i contenuti che lo studente apprenderà, quali quelli che ricorderà in futuro e quali saprà applicare nei diversi contesti. L’insegnamento delle materie scientifiche richiede uno sforzo ulteriore da parte degli insegnanti, quello cioè di cercare di modificare una visione negativa o evanescente della scienza, vista come lontana dalla quotidianità e spesso difficilmente comprensibile.

Da alcuni mesi un team di docenti provenienti da diverse regioni d’Italia ha dato origine a Mission, un progetto pilota finanziato dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, che vede coinvolti bambini e ragazzi dagli 8 ai 16 anni di età e che si prefigge come obiettivo quello di far comprendere che la scienza è atteggiamento e metodo oltre che insieme di conoscenze. “Il metodo scientifico non è patrimonio riservato di coloro che vengono definiti scienziati” scriveva nel 1938 il filosofo statunitense John Dewey nel suo saggio intitolato L’unità della scienza come problema sociale: “l’atteggiamento scientifico è una qualità che si manifesta in ogni passo della vita”.

Secondo gli insegnanti di scuola primaria e secondaria che hanno partecipato il 7 e 8 settembre al workshop Mission presso il Liceo Filzi di Rovereto di Trento, è possibile abituare gli studenti al metodo scientifico attraverso l’investigazione attiva su artefatti analogici che riproducono fenomeni o oggetti della vita quotidiana. Poiché spesso gli ingranaggi degli oggetti che quotidianamente utilizziamo, come l’orologio, la bicicletta o il passaverdura, sono nascosti o difficilmente isolabili dal contesto, i ragazzi raramente si interrogano su come avvenga il loro funzionamento. L’idea è quella di riprodurre il meccanismo di alcuni oggetti o fenomeni dei quali abbiano esperienza concreta e di farlo studiare dagli studenti.
Per realizzarla il progetto Mission, in collaborazione con il Muse di Trento, mette a disposizione un kit contenente ruote dentate, pinze, manovelle, e ogni altro genere di attrezzatura meccanica utile a costruire un meccanismo che il docente o un team di studenti possa inserire in una scatola di compensato sigillata prima della lezione. Gli studenti, osservando dall’esterno la scatola e facendo girare le manovelle che fuoriescono, devono provare a capire quanti e quali ruote dentate o altri componenti sono state inseriti e come funziona il meccanismo, elaborando uno o più modelli teorici.
“Nella situazione di insegnamento attuale, di tipo trasmissivo, i ragazzi leggono e imparano a memoria concetti e metodi, ma non sono portati a conoscere, comprendere e a interessarsi al percorso con il quale sono stati conseguiti certi risultati. Il successo di questo progetto è legato all’abitudine a costruire il sapere attraverso l’indagine, la speculazione e le prove sui fenomeni, in un lavoro di gruppo che può anche essere faticoso, ma sfidante” afferma Matteo Cattadori, docente di scienze presso l’istituto Filzi e tra gli ideatori del progetto Mission, “i ragazzi devono acquisire un metodo ed una sensibilità nei confronti del metodo sperimentale, per poi riuscire ad applicarla nello studio dei contenuti scientifici e in altri contesti”.


Immagine - Fase di montaggio del kit con cui il progetto Mission si prefigge di allenare i ragazzi delle scuole al ragionamento scientifico: in base a ciò che si vede succedere fuori dalla scatola montata bisognerà arrivare attraverso la formulazione di ipotesi a capire la disposizione dei meccanismi posit dentro la scatola.

Durante la prima fase di sperimentazione avvenuta in alcune scuole, bambini e ragazzi si sono cimentati in vere e proprie ricerche scientifiche sperimentali, osservando gli oggetti e cercando di reperire i dati, di formulare ipotesi e di trarre conclusioni basandosi esclusivamente sull’evidenza. Oltre al materiale di laboratorio, il progetto Mission mette a disposizione video caricati su Youtube dove vengono mostrate le attività e i l’uso di programmi che simulano anche al computer la ricerca di meccanismi nascosti. “C’erano alunni della primaria che stavano ore e ore a casa a riguardare i risultati delle prove per trovare un modello teorico soddisfacente, dopo i tentativi falliti in classe” riporta Alfredo Tifi, docente di chimica presso l’istituto d’istruzione superiore Matteo Ricci di Macerata e tra i primi sperimentatori del progetto Mission e continua “spesso altre sperimentazioni creative mettono i ragazzi di fronte a un obiettivo tecnologico cioè, in base alle loro conoscenze teoriche, essi devono ideare e produrre oggetti, sistemi per raggiungere uno scopo, una funzione predeterminata. In questo caso è diverso. L’obiettivo vuole essere principalmente scientifico, ovvero svelare come accade quel fenomeno o come funziona quel meccanismo, un metodo per conoscere l’ignoto. Si tratta di un diverso tipo di creatività”.

Prefiggersi come scopo la comprensione del reale significa lavorare come un ricercatore in un gruppo dove ciascun componente apporta il proprio sapere e le proprie capacità. L’insegnante diventa a quel punto parte integrante del gruppo e non mero dispensatore di conoscenze. Il docente avrà comunque il compito di valutare il lavoro di ciascun componente del gruppo sia nella parte della raccolta dati e formulazione di congetture, sia nell’acquisizione di un linguaggio specifico che permetta a tutti i componenti una comunicazione efficace. L’insegnante potrà quindi verificare l’apprendimento del metodo scientifico e la sua applicazione in campi diversi della conoscenza. “Non è fattibile ne’ desiderabile che tutti gli esseri umani diventino esperti di una scienza particolare” concludeva Dewey “ma è decisamente desiderabile, e in certe condizioni realizzabile, che tutti gli uomini diventino scientifici nei loro atteggiamenti”.

 


Scienza in rete è un giornale senza pubblicità e aperto a tutti per garantire l’indipendenza dell’informazione e il diritto universale alla cittadinanza scientifica. Contribuisci a dar voce alla ricerca sostenendo Scienza in rete. In questo modo, potrai entrare a far parte della nostra comunità e condividere il nostro percorso. Clicca sul pulsante e scegli liberamente quanto donare! Anche una piccola somma è importante. Se vuoi fare una donazione ricorrente, ci consenti di programmare meglio il nostro lavoro e resti comunque libero di interromperla quando credi.


prossimo articolo

My Portrait of Anthony Fauci

Anthony Fauci, at 85, has been called to testify before the Senate committee investigating the origins of the Covid-19 pandemic, in what feels like a settling of scores by the very party that, at the time, was recommending chloroquine as a defence. The eminent physician is once again at the centre of controversy, not least for choosing to invoke the Fifth Amendment rather than answer questions. Guido Poli, immunologist at the San Raffaele Hospital and president of Patto Trasversale per la Scienza, who worked with him for many years, recalls in this article Tony Fauci's battles in the history of American and international public health, from AIDS to the pandemic. The image is taken from the footage (public domain) of A. Fauci's hearing on 29 July 2026 before the Senate Homeland Security and Governmental Affairs Committee.

In recent days, Anthony (“Tony”) Fauci has once again become a prominent figure in the international media, and to some extent in Italy as well. As the physician-scientist who has played one of the leading roles in U.S. public health over the past several decades, he became known throughout the world during the darkest days of the COVID-19 pandemic. Having had the privilege and good fortune to work with him from 1986 to 1993, I would like to offer my personal account of the scientist and the man.