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Un ricordo del coraggio visionario di Vittorio Silvestrini

Vittorio Silvestrini è stato uno dei principali promotori della Città della Scienza, progetto nato negli anni ’90 con l'obiettivo di creare un modello di sviluppo innovativo nel Sud Italia. La sua visione andava oltre le politiche tradizionali e, nonostante le difficoltà incontrate e l'incomprensione della politica e dell’accademia, il suo contributo rimane un esempio di coraggio e lungimiranza per il futuro del Mezzogiorno e dell’Italia. Lo ricorda Luigi Amodio.

Nell'immagine di copertina: rielaborazione della foto di Vittorio Silvestrini alla Città della Scienza (1996)

Tempo di lettura: 3 mins

Il fisico Vittorio Silvestrini è scomparso, dopo una lunga malattia, lo scorso 30 agosto, all’età di quasi 90 anni. “Vittorio”, lo chiamerò semplicemente per nome, in ragione della nostra lunga e stretta collaborazione, durata quasi trent'anni. Da quel giugno 1990, in cui cominciai a lavorare con lui e con Vincenzo Lipardi, l’altro vero protagonista della realizzazione di Città della Scienza, fino alla fine del 2017, quando i nostri rapporti si interruppero, soprattutto a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Trent'anni e un’idea divenuta realtà: Città della Scienza, il progetto cui Vittorio ha dedicato una importante parte della propria lunga e, tutto sommato, bella vita.

“Tutto sommato” perché Vittorio – come tutti i veri visionari e gli autentici innovatori – ebbe la capacità di guardare lungo, oltre le ritualità stanche della politica e dell'Accademia che nella Napoli tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90, quando appunto il progetto di Città della Scienza prese corpo, non ebbero il coraggio e la volontà di capire fino in fondo l’idea che Vittorio aveva del futuro di Napoli, e quindi del Mezzogiorno e quindi dell’Italia, in una fase di radicale trasformazione produttiva, culturale e sociale, legata in primo luogo all’avvento di quella che allora chiamavamo “rivoluzione informatica”.

Vittorio era profondamente consapevole che la fine del modello di produzione fordista, intrecciata al cambiamento climatico, richiedeva scelte coraggiose, in grado di mettere in discussione i dogmi del pensiero economico dominante. In primo luogo, quello che vedeva assegnare al Sud d’Italia un futuro nel terziario arretrato, sganciato dall’innovazione tecnologica, fondamentalmente legato allo sfruttamento dei “giacimenti culturali” (...il grande progetto del ministro De Michelis...) e del turismo. Vittorio vedeva, fors’anche con i suoi occhi di fisico, un salto di paradigma, che richiedeva un modello di sviluppo nuovo, fondato su un’industrializzazione “dolce” e rispettosa delle compatibilità ambientali, basata sull’innovazione tecnologica e l’industria “pensante” al posto di quella “pesante”. E sostenne questa idea-forza pubblicando il 17 ottobre 1987 l’articolo “C’è un’alternativa al modello settentrionale”, su Rinascita, il settimanale teorico del Partito Comunista Italiano, avviando così l’aggregazione del nucleo di giovani, tra cui Lipardi e chi scrive, da cui partì l’avventura di Città della Scienza: quella di intervenire operativamente – Vittorio era stato non a caso anche un fisico sperimentale – realizzando un “dimostratore” di quel salto paradigmatico, collocato in un’area ex industriale dismessa come Bagnoli, dove la chiusura degli insediamenti industriali regalava alla città di Napoli una straordinaria opportunità, che la politica locale e nazionale – a più di trent'anni dalla fine dell’Italsider, complice il PRG di Bassolino e De Lucia – non ha ancora saputo cogliere.

Una politica nazionale e locale che, d’altronde, non capì e non amò mai davvero la sua realizzazione nel deserto di Bagnoli; una realizzazione che, soprattutto nella prima fase di sviluppo, vide anche l’accademia non entrare in sintonia con pratiche come il science and technology engagement o la creazione e l’accelerazione di startup e spinoff, in cui oggi quelle stesse università eccellono, con la “Terza missione”, le Academy, gli incubatori.

Questo contributo di idee e pratiche non deve andare perso, perché va ben oltre la divulgazione scientifica per la quale, soprattutto, Vittorio è stato ricordato dopo la sua scomparsa. E proprio perciò, assieme ad altri che hanno collaborato con lui, lavoreremo per organizzare nei prossimi mesi un momento di riflessione e di studio, che restituisca a Vittorio Silvestrini il ruolo che merita nella storia dell’innovazione del nostro Paese.

 


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