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Uso e abuso del suolo

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I cambiamenti climatici, per via dell’oggettiva gravità del tema e della relativamente semplice comprensibilità, hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e delle istituzioni. Molto più di altri temi ambientali. Ciò ha portato ad oscurare altre “scomode verità” ambientali, similmente gravi e serie. Per esempio, non ci sono titoli sui giornali che strillano contro il fallimento delle conferenze internazionali che hanno a che fare con livelli pericolosamente alti di azoto e fosforo nelle acque, della perdita dell’integrità biologica del pianeta, dell’acidificazione degli oceani, della diminuzione delle risorse idriche globali, della riduzione della fascia d’ozono nell’atmosfera, della diffusione di aerosol atmosferici, dell’inquinamento dovuto alla diffusione di nuove sostanze industriali e - per ultimo, ma non per questo meno importante - del consumo di suolo e della sua trasformazione da forme naturali e semi-naturali a forme artificiali. Un consumo che continua a ritmi preoccupanti come testimonaia il nuovo Rapporto annuale sul consumo di suolo di ISPRA.

Da naturale ad artificiale

Il consumo di suolo (land take nel linguaggio internazionale) rappresenta la sottrazione di superfici agricole, forestali, naturali e semi-naturali da parte di forme artificiali di uso del suolo. Le aree artificiali includono edifici, strade, parcheggi, aeroporti, impianti industriali, commerciali, turistici e sportivi, cave, miniere, siti per la raccolta e la gestione dei rifiuti.

Il suolo è una risorsa multifunzionale, non rinnovabile, e il modo in cui viene utilizzata è uno dei principali fattori di degrado ambientale e di declino della qualità della vita. La sottrazione di suolo da parte delle aree urbane e delle infrastrutture è, quasi sempre, irreversibile e provoca l'impermeabilizzazione del suolo. Il land take contribuisce all'inquinamento di origine diffusa delle acque, limitando la capacità dei suoli di filtrare le acque e di regimare i flussi delle precipitazioni, con conseguente aumento dei fenomeni di dissesto idrogeologico e dell’erosione e la riduzione del potenziale di ricarica delle acque sotterranee e di qualità dell'acqua.

Alcuni modelli di sviluppo delle città, in particolare lo sprawl urbano, ovvero l’espansione a bassa densità insediativa, possono contribuire a una serie di preoccupazioni ambientali. Per esempio, l'aumento dell'inquinamento atmosferico dovuto all'utilizzo dei veicoli circolanti determina concentrazioni più elevate di alcuni inquinanti atmosferici e maggiori livelli di rumore in aree in cui problemi di salute umana, come l'asma, le malattie cardiorespiratorie e mentali rappresentano un problema. In secondo luogo, lo sviluppo del territorio può portare alla formazione di "isole di calore", cappe d'aria più calda su aree urbane e suburbane causate dalla perdita di alberi e vegetazione in generale e l'assorbimento di calore da parte di pavimentazioni, edifici e altre fonti. Le isole di calore possono influenzare il clima locale, regionale e globale, nonché la qualità dell'aria.

Inoltre, le aree artificiali diventano altamente specializzate in termini di utilizzo del territorio e supportano poche funzioni legate alle attività socio-economiche e all'abitazione. Il consumo di suolo da parte delle città consuma soprattutto la terra agricola, ma riduce anche lo spazio per gli habitat e gli ecosistemi che forniscono servizi ecosistemici importanti, come la regolazione idrica e la protezione contro le inondazioni, soprattutto se il suolo è reso completamente impermeabile.

Infine, densità più basse di popolazione - un risultato dello sprawl urbano - richiedono più energia per il trasporto e il riscaldamento o il raffreddamento. Le conseguenze degli stili di vita urbana, quali l'inquinamento atmosferico, il rumore, le emissioni di gas a effetto serra e gli impatti sui servizi ecosistemici si fanno sentire comunque sia nelle aree urbane sia in quelle remote e rurali.

Un inarrestabile bisogno di spazio

Spesso le esigenze di uso del territorio sollevano conflitti che richiedendo decisioni che portano a compromessi difficili. Esistono diversi importanti fattori di utilizzo del territorio in Europa: la crescente domanda di spazio vitale per persona e il legame tra attività economica, maggiore mobilità e crescita delle infrastrutture di trasporto di solito portano a prendere in considerazione la terra. La terra è una risorsa finita: il modo in cui essa viene utilizzata costituisce una delle cause principali del cambiamento ambientale, con impatti significativi sulla qualità della vita e gli ecosistemi, nonché sulla gestione delle infrastrutture.

L'Europa è un mosaico di paesaggi, che riflette il modello evolutivo dei cambiamenti a cui l'uso del suolo è stato sottoposto in passato, sin dal Neolitico, quando lo sviluppo dell’agricoltura e dell’allevamento guidarono la prima importante trasformazione d’uso del territorio, trasformando aree naturali, quali steppe e foreste, in aree agricole e pascoli. Queste trasformazioni si sono intensificate negli ultimi due secoli, continuando ad alterare il nostro paesaggio e l'ambiente, lasciando impronte pesanti, il più delle volte irreversibili. Le tensioni crescono quasi ovunque, aumentando la necessità delle società di disporre di risorse e di spazio, in conflitto con la capacità della natura di sostenere e assorbire queste esigenze. Lo stato di cose porta a sfruttamento eccessivo e crescente degrado nei paesaggi, negli ecosistemi e nell'ambiente. E richiede una prospettiva di gestione a lungo termine.

Il consumo di suolo in Italia

Il quadro conoscitivo sul consumo di suolo nel nostro Paese è disponibile grazie alle attività di monitoraggio del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) formato da ISPRA e dalle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente delle Regioni e delle Province autonome.

Il consumo di suolo in Italia continua a crescere, pur segnando un importante rallentamento negli ultimi anni che viene confermato dai dati più recenti relativi ai primi mesi del 2016. Nel periodo compreso tra novembre 2015 e maggio 2016 le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 50 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, poco meno di 30 ettari al giorno. Una velocità di trasformazione di più di 3 metri quadrati di suolo che, nell’ultimo periodo, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo. Dopo aver toccato anche gli 8 metri quadrati al secondo degli anni 2000, il rallentamento iniziato nel periodo 2008-2013 (tra i 6 e i 7 metri quadrati al secondo) si è consolidato, quindi, negli ultimi anni (4 metri quadrati al secondo tra il 2013 e il 2015 e 3 metri quadrati al secondo nei primi mesi del 2016). Pur con una velocità ridotta, tuttavia, il consumo di suolo continua a coprire irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, anche attraverso l’espansione di aree urbane, spesso a bassa densità.

I dati della nuova cartografia SNPA mostrano come, a livello nazionale, il consumo di suolo sia passato dal 2,7% stimato per gli anni ’50 al 7,6% del 2016, con un incremento di 4,9 punti percentuali e una crescita percentuale del 184% (e con un ulteriore 0,22% di incremento negli ultimi sei mesi analizzati). In termini assoluti, il consumo di suolo ha intaccato ormai oltre 23.000 chilometri quadrati del nostro territorio (pari alla dimensione di Campania, Molise e Liguria messe insieme).

Inoltre, le previsioni dell’ISPRA al 2050, parlano, nel migliore dei casi, di una perdita di ulteriori 1.635 km2 e di 3.270 km2 in caso si mantenesse la bassa velocità di consumo dettata dalla crisi economica. Nel caso in cui la ripresa economica riportasse la velocità al valore di 8 m2 al secondo registrato negli ultimi decenni si arriverebbe a coprire altri 8.300 km2.

Le aree più colpite risultano essere le pianure del Settentrione, dell’asse toscano tra Firenze e Pisa, del Lazio, della Campania e del Salento, le principali aree metropolitane, delle fasce costiere, in particolare di quelle adriatica, ligure, campana e siciliana.

Nel 2016, in 15 regioni viene superato il 5% di consumo di suolo, con il valore percentuale più elevato in Lombardia e in Veneto (oltre il 12%) e in Campania (oltre il 10%). Seguono Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Puglia e Liguria, con valori compresi tra l’8 e il 10%. La Valle d’Aosta è l’unica regione rimasta sotto la soglia del 3%.

La Lombardia detiene il primato anche in termini assoluti, con quasi 310 mila ettari del suo territorio coperto artificialmente (circa il 13% dei 2,3 milioni di ettari del consumo di suolo nazionale è all’interno della Regione Lombardia), contro i 9.500 ettari della Valle D’Aosta.

Gli incrementi percentuali maggiori, tra la fine del 2015 e la metà del 2016, sono nelle regioni Sicilia, Campania e Lazio. Umbria, Basilicata e Friuli Venezia Giulia le regioni, invece, con gli incrementi percentuali minori. In valori assoluti, i cambiamenti più estesi sono avvenuti in Lombardia (648 ettari di nuove superfici artificiali), Sicilia (585 ettari), e Veneto (563). Tra i comuni maggiori, Roma è quello che è cresciuto di più (incremento di 54 ettari e dello 0,17%), seguita da Torino (23 ettari, 0,27%), Bologna (17 ettari, 0,37%), Catania (13 ettari, 0,25%), Bari (9 ettari, 0,18%), Napoli (8 ettari, 0,11%) e Venezia (6 ettari, 0,09%).

Verso una (controversa) legge nazionale sul consumo di suolo

A maggio 2016, dopo circa 4 anni di discussione dalla prima proposta dell’allora Ministro dell’Agricoltura, Mario Catania, la Camera dei Deputati ha approvato un testo di legge, ora in discussione presso le Commissioni Ambiente e Agricoltura del Senato, finalizzato al contenimento del consumo del suolo e al riuso del suolo edificato (Atto Senato n. 2383).

Un testo controverso, la cui lunga genesi non ha permesso di risolvere alcuni nodi che, come emerso anche durante le audizioni al Senato, sembrano avere la necessità di modifiche significative che obbligheranno il disegno di legge a tornare alla Camera.

In particolare, le definizioni dell’articolo 2, contrariamente a quelle utilizzate dall’Unione Europea, appaiono limitative, non considerando il consumo di suolo in tutte le sue forme e rappresentando allo stesso tempo un potenziale ostacolo al suo reale contenimento. Le aree che, a causa delle definizioni di consumo di suolo, di superficie agricola, naturale e semi-naturale e di impermeabilizzazione, sarebbero escluse dal computo del consumo di suolo, sarebbero quelle destinate a servizi di pubblica utilità di livello generale e locale, le infrastrutture e gli insediamenti prioritari, le aree funzionali all’ampliamento di attività produttive esistenti, i lotti interclusi, le zone di completamento, gli interventi connessi in qualsiasi modo alle attività agricole. Il tutto considerando che la procedura di definizione dei limiti (art. 3) è estremamente complessa e che non sono stabilite le percentuali di riduzione da raggiungere nel corso degli anni.

Questa ambigua definizione potrebbe, tra l’altro, causare anche un rischio di shifting, con la possibilità di ottenere un effetto negativo legato alla localizzazione nelle aree “non vincolate” del consumo di suolo previsto nelle aree “vincolate”.

L’inserimento di questa lunga serie di esclusioni, potrebbe infine rappresentare un serio ostacolo al monitoraggio del consumo di suolo, rendendo indispensabile un doppio sistema di misurazione (con dati nazionali non coerenti con quelli richiesti dall’Europa) estremamente oneroso.

Altre criticità sono rappresentate dalla gestione della lunga fase transitoria, prima della completa attuazione della norma, che potrebbero, secondo alcuni punti di vista, accelerare nei prossimi anni le attività di trasformazione e di edificazione del territorio in vista del completamento della procedura di definizione e dell’entrata in vigore dei limiti di contenimento del consumo di suolo.

Come inventariare e monitorare il consumo di suolo

Il monitoraggio del territorio e del consumo di suolo, che ai sensi della legge istitutiva del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA – L.132/2016), è uno dei compiti istituzionali del sistema composto da ISPRA e dalle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente delle Regioni e delle Province Autonome, che si pone l’obiettivo di monitorare le trasformazioni del territorio e la perdita di suolo naturale, agricolo e semi-naturale, inteso come risorsa ambientale essenziale e fondamentalmente non rinnovabile.

Il monitoraggio annuale viene condotto attraverso una specifica “Rete dei Referenti” con una metodologia di analisi che si avvale in modo unitario ed omogeneo su scala nazionale delle nuove immagini satellitari Sentinel prodotte nell’ambito del Programma Copernicus e di altri dati di osservazione della terra. Il progetto prevede infatti un ampio utilizzo di tecniche di telerilevamento satellitare e di sistemi informativi geografici (GIS) per l’analisi e la classificazione semi-automatica delle aree interessate dal consumo di suolo (espansioni edilizie, infrastrutturali, poli produttivi, ecc.). L’elevato dettaglio delle immagini e l’alta frequenza di rivisitazione garantita del sistema Sentinel permettono infatti di costituire un quadro multi-temporale del territorio nazionale (almeno con periodicità stagionale) in grado di evidenziare le principali trasformazioni e i fenomeni di consumo di suolo e di fornire la base per la cartografia e le valutazioni pubblicate dal SNPA all’interno del Rapproto ISPRA.

Il ruolo dell'Unione Europea

La pianificazione e la gestione dell'uso del suolo sono essenziali per meglio conciliare l'utilizzo del territorio con le preoccupazioni ambientali. È una sfida che coinvolge diversi livelli politici e settori diversi. Il monitoraggio e la mediazione delle conseguenze negative dell'utilizzazione del territorio, sostenendo la produzione di risorse essenziali, è una priorità fondamentale per i responsabili politici di tutto il mondo.

Le decisioni di pianificazione e di gestione del suolo sono di solito adottate a livello locale o regionale. Tuttavia, la Commissione Europea ha un ruolo da svolgere per garantire che gli Stati membri tengano conto delle preoccupazioni ambientali nei loro piani di sviluppo del territorio e pratichino la gestione integrata del suolo. La “Tabella di marcia” per un uso efficiente delle risorse, nell’ambito dell’Europa 2020 e del Settimo Programma di Azione Ambientale, indica la via da seguire per un utilizzo più sostenibile delle risorse ambientali. L’obiettivo tracciato nel documento è un’occupazione netta di terreno pari a zero da raggiungere in Europa entro il 2050

Le economie europee dipendono dalle risorse naturali, comprese le materie prime e lo spazio (risorse terrestri). La tabella di marcia per un'Europa efficiente in termini di risorse rappresenta la questione dell'uso del suolo e della gestione delle risorse terrestri come elemento cruciale per affrontare le tendenze di risorse insostenibili. Le politiche dell'Unione Europea sull'adattamento al cambiamento climatico sono direttamente pertinenti alle pratiche attualmente in uso e future e ai settori economici a seconda di questi. L'uso del suolo è anche considerazione importante per molte altre aree politiche, come la coesione territoriale, la pianificazione urbana, l'agricoltura, i trasporti e la protezione della natura.

 


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