In memoria di Franco Prattico

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Il 23 novembre scorso, venerdì, è morto Franco Prattico. Era nato a Napoli, 83 anni fa. Per tutti era “il” giornalista scientifico di Repubblica. Per me era anche un amico carissimo e un maestro importante. Di quelli – e non sono davvero molti – che ti segnano la vita prima ancora che la professione. 

Franco era un “intellettuale della Magna Grecia”. Capace di guardare al mondo (e raccontarlo) con sguardo lungo e una lucidità in apparenza, ma solo in apparenza, distaccata. Perché slegata da ogni pragmatismo banale e, invece, legata alla ricerca delle cause profonde. Fondamentali. Per questo il fisico Carlo Bernardini lo ha acutamente definito un giornalista romantico. Per me Franco era un umanista che, col suo occhio acuto, a tratti ironico e sempre laico, guardava alla conoscenza scientifica del mondo non come a un pozzo del “disincanto”, ma, al contrario, come a una fonte – l’unica credibile – di senso. Un senso che ha saputo raccontare col passo e la penna del grande scrittore nei suoi tanti libri e nei suoi tantissimi articoli. 

Era venuto al mondo, Franco Prattico, il 29 ottobre 1929: il giorno del crollo di Wall Street e dell’inizio della grande depressione. Era nato e aveva vissuto negli anni fino alla giovinezza nei dintorni di Spaccanapoli, la lunga e famosa stradina partenopea che taglia in due la città vecchia, a quel tempo percorsa ogni giorno con devota assiduità da don Benedetto Croce. La cultura era un tratto originario della famiglia Prattico e Franco si fa onore a scuola. Ma a causa della morte prematura del padre, il ragazzo conosce ben presto anche gli effetti della crisi economica.

Scrive bene, il giovane Prattico. E molti se ne accorgono. Tant’è che, finita la guerra entra nella redazione che l’Unità, il giornale del Partito Comunista, ha allestito all’Angiporto Galleria e frequentata, come ha ricordato di recente Ermanno Rea nel suo Mistero napoletano, da una serie di personaggi davvero fuori dal comune. Come Renato Caccioppoli, matematico geniale ed eccentrico, che ama la musica e considera autentica poesia la sua materia. Franco, come succede ai ragazzi che devono fare pratica di giornalismo, lavora alla cronaca. E spesso si occupa di cronaca nera. La sua formazione è umanistica. Ma già guarda alla scienza. E non per interesse giornalistico. Proprio come Caccioppoli e a differenza di don Benedetto, il ragazzo la considera parte importante e integrante dell’unica cultura umana. Insomma il suo sogno sarebbe quello di lasciare il giornalismo e di studiare la fisica. Ne parla con Caccioppoli. Ma il matematico, con quella tagliente ironia che non risparmia nessuno, tanto meno i giovani e gli amici, consiglia di lasciar perdere: «per il tuo bene e per quello della fisica». 

Non saprei dire – e chi potrebbe? – se per la fisica sia stato davvero un bene. Certo è che Franco resta in redazione e che per lui (e per il giornalismo) è stato un bene. Non solo e non subito per il giornalismo scientifico. Il giovane, infatti, mangia pane e politica e prosegue la sua carriera da giornalista, per così dire, generalista, attraversando in lungo e in largo lo spazio, davvero ampio, della professione e del militante politico. Intanto da Napoli si trasferisce a Roma, da una redazione locale alla redazione nazionale dell’Unità. Poi lo troviamo a Vie Nuove e a Paese Sera, dove si afferma come inviato di politica estera. Frequenta, nel medesimo tempo, il teatro, la letteratura gialla e i fronti di guerra. Pochi anni fa in un libro pubblicato con Editori Riuniti, Nel Corno d’Africa, ha raccontato la sua esperienza di inviato di guerra in Eritrea. Tornato in Italia, eccolo prima a Panorama e poi a Lecce, direttore di un quotidiano locale. All’inizio degli anni ’80 approda, finalmente, a Repubblica, dove incontra di nuovo la sua mai sopita passione. 

È il fondatore del giovane quotidiano in persona, Eugenio Scalfari, a chiamarlo e ad affidargli una precisa missione: raccontare la scienza. Sono gli anni in cui inizia a esplodere la “società della conoscenza” e in cui la scienza conferma agli occhi di tutti il suo valor pratico, la sua capacità di assolvere alla funzione di motore dell’economia e, dunque, della dinamica sociale. La richiesta di Scalfari – che Franco Prattico, in un altro dei suoi libri, La lampada di Aladino, pubblicato con l’editore Di Renzo, definisce lungimirante – sembra andare in assoluta controtendenza: vuole che il giornalista napoletano parli del valore culturale della scienza, della sua capacità di distruggere e ricostruire in maniera profonda e incessante l’imago mundi, l’immagine del mondo. Vuole che Prattico connetta i linguaggi specialistici e ormai in comunicanti tra le due culture. Che porti alla luce i flussi osmotici  tra la dimensione scientifica e le altre dimensioni del sapere. Che scarnifichi gli intrecci tra scienza e filosofia, scienza e arte, scienza ed economia. Scienza e potere.

Scalfari è stato compagno di banco, al liceo, di Italo Calvino. E non va dicendo forse da tempo, Calvino, che la scienza ci ha sbarcato in un “nuovo mondo” e che gli intellettuali hanno il compito di ricostruire le mappe di questo “nuovo mondo”?

Ma cos’è questo “nuovo mondo” nel quale la scienza ci ha sbarcato se non quello che il matematico e filosofo Norbert Wiener, padre della cibernetica, ha definito dell’informazione e della conoscenza? Un nuovo universo cognitivo e, insieme, tecnologico. Dove il valore dei beni più innovativi e dinamici non è dato più solamente da quello della materia prima e da quello del lavoro fisico, degli uomini e delle macchine, come nell’era industriale classica, ma è dato sempre più dal tasso di conoscenza. Una conoscenza che è soprattutto (ma non solo) scientifica). È proprio questo che dai primi anni ’80 del secolo scorso inizia a fare Franco dalla colonne di Repubblica: disegnare le mappe dello scibile per muoversi nel “nuovo mondo” senza fermarsi a sui confini, ma penetrando in profondità, in ogni direzione.

Con Franco ne abbiamo parlato spesso, fin da quando l’ho conosciuto: a Capri, alla fine del 1987, a un convengo di astrofisica. Il “nuovo mondo” fondato sulla conoscenza sta modificando e ampliando i rapporti tra la scienza e la società. La conoscenza scientifica è sempre più il motore dell’economia e quindi della dinamica sociale. Gli uomini esprimono nuovi diritti di cittadinanza: diritti di cittadinanza scientifica. La società sta abbattendo le mura dell’antica torre d’avorio e penetrando nella strade, persino nei vicoli più stretti dell’antica e, una volta, autonoma, Repubblica della Scienza. Qual è in questa nuova era il ruolo del giornalista?

Franco mi spiega e mi convince: il ruolo del giornalista non può essere quello, antico e ormai vecchio, di traduttore dal linguaggio (dai linguaggi) degli scienziati al linguaggio comune. Al giornalista oggi la società chiede molto di più:  andare in alto, in montagna, e scrutare l’orizzonte. Guardando lontano, spesso più lontano degli scienziati stessi, per osservare e interpretare il mondo che cambia con la scienza e il mondo che cambia la scienza. In altri termini, il giornalista che si occupa di scienza (e di società) deve reinventare il proprio ruolo: non più traduttore, bensì “intellettuale scientifico”. Ma non c’è nulla di meglio per comprendere come Prattico ha interpretato, quotidianamente, il suo ruolo di «intellettuale scientifico» che lasciargli la parola: «io credo che parlare, e scrivere, di scienze comporti […] la produzione di idee, di interpretazioni e di riflessioni sulla interazione dei risultati delle ricerche con la vita e con la cultura in generale, che spesso sfuggono a chi fa della scienza, anzi di una particolare disciplina, il proprio mestiere e persino far nascere opinioni ed ipotesi su risultati e indirizzi del lavoro scientifico». 

Creare ponti tra le diverse dimensioni della cultura umana, osservare dove sta andando la scienza. Persino indicare alla scienza dove, per dirla con Albert Einstein,  «la scarpa fa più male». No, non è un gesto di presunzione intellettuale, il modo in cui Prattico interpreta, con un’umiltà che è pari all’ambizione, il giornalismo scientifico. La sua è un’intuizione: se stanno emergendo nuove domande di cittadinanza, oggi chiamate di cittadinanza scientifica, occorre che noi giornalisti ci dimostriamo all’altezza: attrezzandoci a rispondere al più alto livello culturale possibile. Basta leggere i suoi articoli e i suoi libri per capire  cosa, effettivamente, intenda: tenere insieme scienza e filosofia, letteratura e storia, sociologia ed economia. Proporre domande nuove, nuove talvolta persino per gli stessi scienziati, cui vale la pena cercare di rispondere.

Franco sa bene che questo “intellettuale scientifico” è una figura che non esiste. Che, in qualche modo, occorra crearlo. Perché la società non ne può fare a meno. E dove crearla, questa nuova figura chimerica se non in una scuola? È così che ne parla con un altro spirito inquieto, Paolo Budinich, un fisico che ha creato il «sistema Trieste» restituendo un’anima – un’anima scientifica – alla città che era stata a lungo il porto di un impero (l’Impero austro-ungarico) e che da quando è ritornata (due volte) all’Italia non sembra più avere una sua precisa identità. È nata così, presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste quella scuola di comunicazione della scienza che è la prima e tra le migliori d’Italia e d’Europa. L’idea di Prattico e di Budinich si è concretizzata esattamente venti anni fa grazie alla volontà e all’azione di alcuni scienziati (in particolare Daniele Amati e Stefano Fantoni) e di alcuni giornalisti (in particolare Fabio Pagan e chi scrive). 

Certo, neppure la scuola di Trieste, di cui Prattico è stato presidente onorario fino a venerdì, ha prodotto in maniera seriale quell’”intellettuale scientifico” immaginato e così ben incarnato dal giornalista napoletano. Ma è anche vero che in nessun altra scuola e in nessun altro luogo si è andati così vicini nel realizzare quel sogno. Per questo ci permettiamo di proporre che quello di Trieste diventi, al più presto, il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico”.

Nel mentre, caro Franco, ti sia lieve la terra.

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