Non sono le radiazioni a minacciare Fukushima

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Sembra proprio che non sarà la radioattività a minacciare la salute degli abitanti della prefettura di Fukushima. Due diversi rapporti indipendenti, redatti rispettivamente dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e dal Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche (UNSCEAR), gettano acqua sul fuoco delle previsioni diffuse dopo che lo tsunami scatenato dal terremoto dell'11 marzo scorso aveva travolto la centrale nucleare dellaTokyo Electric Power Company. Come ha ricordato Marco Cattaneo nel suo blog, citando l’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, recentemente gambizzato a Genova, «in Giappone si sono registrati oltre diecimila morti, ma neppure uno finora è dovuto agli incidenti nucleari». Altri invece (fra cui Giorgio Parisi, Angelo Baracca, Yukari Saito, Harumi Matsumoto, Chie Wada, Angelo Baracca, Marcello Buiatti), con un appello, contestano tali dati rassicuranti, ritenendo che sui livelli di radiazioni è in corso una sistematica sottovalutazione e chiedono al governo giapponese di non riaprire le centrali.

Le vittime del terremoto e dello tsunami sono state oltre 15.850, gli sfollati almeno 340.000, ma nella memoria dell'opinione pubblica mondiale l'evento dell'anno scorso è impresso soprattutto per  lo spettro della fuga radioattiva, sulla scia del quale la Germania ha chiuso otto impianti e altri Paesi hanno cambiato, a torto o a ragione, le loro politiche energetiche.

Sull'opportunità o la necessità di ricorrere al nucleare ognuno ha le sue idee, e ognuno soppesa con diversi criteri sul piatto della bilancia rischi e benefici delle diverse opzioni: quel che oggi pare certo è invece che l'episodio dell'anno scorso non sia così così grave come prospettato. Sembra infatti che a Fukushima si sia riusciti a limitare al massimo le conseguenze di un evento naturale assolutamente straordinario, con conseguenze tutto sommato limitate per quanto riguarda il rischio radioattivo.

Confermati i dati del governo giapponese

I due documenti prodotti dagli organismi internazionali, e anticipati da Nature, sembrano  infatti confermare le rilevazioni del governo giapponese, della cui attendibilità qualcuno dubitava: gli effetti sulla salute delle radiazioni fuoriuscite dagli impianti, se ci saranno, saranno talmente piccoli da non poter essere rilevati statisticamente.

Nemmeno i lavoratori presenti nella centrale al momento dell'incidente, né quelli che sono intervenuti per contenere i danni, hanno subito la tanto temuta malattia acuta da radiazioni né, tranne pochissime eccezioni, avrebbero assorbito una dose di radiazioni davvero pericolosa. Secondo l'indagine condotta dall'UNSCEAR, sulle oltre 20.000 persone che hanno lavorato all’impianto dopo l’incidente, solo in 146 dipendenti e in una ventina di altri lavoratori reclutati per l’occasione dall’azienda è stato superato il limite di 100 milliSievert oltre il quale è provato un possibile minimo aumento del rischio di cancro. Ma un'eventuale differenza di incidenza della malattia in un gruppo di persone così ristretto, rispetto all'alta frequenza della patologia in un Paese avanzato come il Giappone, difficilmente potrà essere accertata dal punto di vista statistico.

Nelle zone limitrofe al disastro, il rapporto UNSCEAR analogo a quello che oggi riguarda il Giappone, ha però dimostrato fino al 2005 oltre 6000 casi di tumori alla tiroide tra i bambini dovuti al fall out radioattivo. Un effetto che, secondo una recente indagine sui dati AIRTUM pubblicata su Thyroid da Luigino Dal Maso, del Centro di riferimento Oncologico di Aviano, sembra invece non si possa chiamare in causa per l'aumento registrato in Italia dei casi di tumore alla tiroide, che in 15 anni sono raddoppiati.

Effetti così limitati da non poterli rilevare

Se la soglia di sicurezza prevista anche in condizioni di emergenza è di 100 milliSievert, le normative prevedono comunque di poterla eccezionalmente superare, arrivando a 250, quando ciò è inevitabile per ridurre i danni sulla popolazione generale e sull’ambiente.

A Fukushima, secondo il rapporto UNSCEAR, sono sei i  lavoratori si sono trovati in questa situazione e soltanto due hanno superato la soglia dei 600 mSv, ma perché non hanno preso le compresse di iodio che avrebbero aiutato l’organismo ad assorbire minori quantità di quello radioattivo. Nessuno di loro, comunque, ha manifestato finora disturbi.

Anche la popolazione civile, secondo il secondo rapporto, quello dell'OMS, può stare tranquilla. La maggior parte degli abitanti avrebbe ricevuto una dose inferiore a 10 mSievert, equivalente a quella che si può ricevere con una TC all’addome con mezzo di contrasto. L’unica eccezione potrebbe riguardare i bambini della città di Namie, che in teoria, per la dose ricevuta, potrebbero avere un rischio leggermente aumentato di tumore alla tiroide, anche se dai primi accertamenti pare che in realtà anche in questo caso l’esposizione sia stata inferiore a quel che si poteva temere. Uno studio iniziato già l'anno scorso seguirà comunque lo stato di salute di 360.000 bambini della zona per individuare eventuali effetti a lungo termine della contaminazione.

I veri rischi non vengono dalle radiazioni

Le più preoccupanti conseguenze sanitarie della tragedia però, secondo gli esperti, sono di tutt'altra natura. Secondo Kathryn Higley, a capo del Nuclear Engineering and Radiation Health Physics Department dell'Oregon State University, sono stati sottovalutati gli effetti della liberazione nell'ambiente di detriti e sostanze chimiche provenienti dagli edifici, dagli impianti industriali, dai siti petroliferi, che potrebbero essere più gravi rispetto a quelli provocati dagli isotopi radioattivi, non solo minori per quantità, ma più facilmente individuabili con i contatori Geyger.

Sarebbero ben altri i probemi di salute a lungo termine provocati dal sisma.

«La regione di Fukushima era caratterizzata da una popolazione con un'età media molto avanzata» ha aggiunto la ricercatrice. «Molti di loro, in instabile equilibrio di salute, sono rimasti senza medicine, o, essendo stati evacuati, hanno perso l'assistenza del loro medico curante che li conosceva e li seguiva da anni, oppure si sono trovati senza casa e famiglia, tutti fattori che possono incidere molto sulla salute degli anziani».

Ma la vera emergenza è quella che riguarda la salute mentale, e che è destinata a riflettersi su altri campi, per esempio quello delle patologie cardiovascolari. A dominare è l'ansia, alimentata dallo spettro nucleare, che scoraggia una sana alimentazione, riduce l'attività fisica, peggiora la qualità del sonno. Oltre che dalla paura delle radiazioni l'ansia è motivata anche dalla discriminazione a cui sono stati  esposti, soprattutto nei primi tempi, gli abitanti della regione, per timore che fossero contaminati. Ma anche oggi lo possono essere, per esempio nella ricerca di un partner, nel sospetto che l'incidente potrà dare i suoi frutti nella prole. Per tutte queste ragioni i test somministrati agli abitanti della zona hanno messo in evidenza livelli record di sindrome post traumatica da stress. Per gli esperti è questa la vera emergenza, che i risultati rassicuranti dei rapporti internazionali potrebbero aiutare a contenere. 

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