Il ritorno della scienza araba

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Gli scienziati stanno fornendo in queste settimane un contributo importante alla domanda di democrazia nei paesi arabi. Sia a livello collettivo: le università sono i centri della protesta. Sia a livello individuale: per esempio, l’unico premio Nobel islamico vivente, il chimico Ahmed Zewail, è ritornato dagli Stati Uniti nel suo paese natale, l’Egitto, e si è speso in prima persona per accelerare la fine alla dittatura di Mubarak e sostenere il processo di riforme democratiche.

Tuttavia è la scienza nei paesi islamici del Medio Oriente che sta vivendo una fase ancora timida ma ormai significativa di crescita e di vivacità. Tanto che gli analisti della Thomson Reuters, che hanno pubblicato nei giorni scorsi il rapporto Middle East. Exploring the Changing Landscape of Arabian, Persian and Turkish Research, colgono delle analogie tra questa fase di sviluppo della scienza araba e quella registrata dalla scienza nel sud-est asiatico due o tre lustri or sono e dalla scienza in America latina qualche anno fa.

La domanda da porsi è: il mondo arabo riscoprirà il valore della sua antica tradizione e straordinaria scientifica così come la stanno riscoprendo da qualche anno Cina, India e Corea?

Vedremo tra poco quali sono, secondo Ahmed Zewail, i tre presupposti affinché questo processo si compia. Per ora diamo le dimensioni di questa crescita, piccola ma significativa. La Thomson Reuters ha calcolato l’output scientifico in 14 paesi del Medio Oriente: Bahrain, Egitto, Iran, Irak, Giordania, Kuwait, Libano, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. E ha verificato che il numero di articoli scientifici pubblicati sulla riviste scientifiche internazionali più accreditate è decisamente aumentato negli ultimi dieci anni. Passando da meno del 2 a più del 4% rispetto al totale mondiale. Un incremento tanto più significativo, perché che in questi dieci anni il numero assoluto di articoli scientifici sulle riviste internazionali è cresciuto del 53%, passando dai circa 760.000 articoli dell’anno 2000 agli oltre 1.160.000 dell’anno 2009.

In pratica nel 2000 gli scienziati dei 14 paesi arabi hanno pubblicato, complessivamente, meno di 15.000 articoli su riviste internazionali. Nel 2009 ne hanno pubblicato oltre 46.000: un incremento superiore al 300%.

Un’analisi più dettagliata del fenomeno rivela che il 90% di questi articoli è pubblicata dagli scienziati di soli cinque paesi (Turchia, Iran, Egitto, Arabia Saudita e Giordania). Che l’80% è pubblicato dai soli scienziati di Turchia e Iran. E che il 50% è pubblicato dagli scienziati della sola Turchia.

Anche la crescita relativa è differenziata. È stata altissima in Turchia (le cui pubblicazioni sono salite dallo 0,7% all’1,9% del totale mondiale), Iran (crescita delle pubblicazioni dallo 0,2% all’1,3% del totale mondiale) e Giordania. Meno sostenuta in Egitto e Arabia Saudita.

Anche la qualità scientifica degli articoli sta crescendo. È vero che il numero di citazioni per articolo degli scienziati arabi risulta ancora la metà della media mondiale. Ma è anche vero che nel 2000 era pari a un quarto. Questa crescita, faticosa ma reale, di qualità interessa in maniera omogenea gli scienziati di tutti i paesi del Medio Oriente. 

Probabilmente la crescita dell’output scientifico e della sua qualità è un sintomo del risveglio complessivo di questi paesi. Un risveglio reale. Ma ancora fragile, sostiene Ahmed Zewail. Per diventare stabile ed emulare effettivamente l’esempio dell’Asia Orientale e dell’America latina, secondo il premio Nobel per la chimica, occorre che si realizzino almeno tre presupposti.

  1. Ampliare l’universo delle persone che possono accedere alla scienza, rafforzando il sistema dell’educazione e dell’alta educazione. E rendendo l’accesso facile e agevole soprattutto alle donne, che in molti paesi del Medio Oriente islamico sono ancora molto ostacolate.
  2. Una serie di riforme, anche costituzionali, che garantiscano la libertà di pensiero,  diminuiscano il potere della burocrazia e riconoscano il merito.
  3. Creare centri di ricerca e di alta educazione di valore assoluto, che abbiano standard internazionali.

Infine, sostiene Ahmed Zewail, non è importante che i paesi occidentali forniscano aiuti economici ai paesi islamici (non sono certo i soldi che mancano, almeno in alcuni di essi, come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi). Ma devono fornire l’esempio. Dire e dimostrare come si fa. Aumentando, per esempio, le collaborazioni e i progetti comuni.

Se i presupposti indicati da Ahmed Zewail sono giusti, l’Europa ha un grande ruolo da svolgere. In fondo sarebbe un mezzo per ripagare un debito pregresso: la scienza nel Vecchio Continente è arrivata, setto o otto secoli fa, proprio grazie agli Arabi. 

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