Gli studenti inglesi e il destino dell'Europa

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Qualcuno già parla, forse un po’ affrettatamente, di un “nuovo ‘68”. Ma certo la protesta, la scorsa settimana, degli studenti inglesi contro l’aumento delle tasse di iscrizione all’università, decisa dal governo di sua Maestà britannica ha colpito l’attenzione dei media e ha fatto il giro del mondo. Non sappiamo se le manifestazioni studentesche a Londra sono l’inizio di una opposizione sociale alle severe politiche di bilancio varate dai governi di tutt’Europa. Ma colpisce che a protestare siano gli studenti di un sistema universitario che è considerato il migliore del Vecchio Continente, l’unico in grado di competere da pari a pari con i migliori atenei degli Stati Uniti d’America. Da dove nasce, la protesta? Dal fatto che i conti pubblici del Regno Unito non tornano più. Il deficit di bilancio ha raggiunto i 109 miliardi di sterline (oltre 120 miliardi di euro). Così il nuovo governo inglese – un’inedita coalizione tra il partito Tory e  il partito Liberal – ha deciso un taglio imponente alla spesa pubblica: pari a 81 miliardi di sterline (oltre 91 miliardi di euro). L’obiettivo verrà raggiunto riducendo in maniera lineare la spesa dei singoli ministeri di un drastico 19%.I tagli non riguarderanno la ricerca scientifica. Con oltre 28 miliardi di euro spesi nel 2010 in R&S, la Gran Bretagna è – dopo Germania e Francia – il paese europeo che in assoluto investe di più in ricerca scientifica. L’output di questa attività di ricerca è ottimo. Gli scienziati inglesi vincono, in media, più Nobel di ogni altro paese al mondo, dopo gli Usa, e gli articoli che essi producono sono per numero e qualità (citazioni da parte di colleghi) superiori alla media europea e mondiale.

Tuttavia il sistema di ricerca nel Regno Unito mostra qualche affanno. La spesa complessiva in R&S nel 2010 è pari, secondo i dati pubblicati dall’americano R&D Magazine, solo all’1,75% del Pil: una percentuale inferiore a quella degli altri grandi paesi di antica industrializzazione – Giappone (3,4%), Stati Uniti (2,9%), Germania (2,5%), Francia (2,0%) – sia alla media mondiale (che è pari all’1,97% del Pil del pianeta). Una media inferiore anche a molti paesi a economia emergente. Quest’anno, per fare un esempio, la Corea del Sud investirà in ricerca scientifica circa 33 miliardi di euro: pari al 3,2% del suo Pil. In termini relativi la Corea raggiungerà il Giappone, ma in termini assoluti supererà, per la prima volta nella storia, sia il Regno Unito che la Francia. La Cina stessa raggiungerà, in termini relativi, percentuali simili alla spesa in R&S del Regno Unito. Ma poiché Pechino da quasi vent’anni aumenta la spesa al ritmo del 20% annuo, in breve supererà l’intensità di spesa di Londra.

Insomma, in Gran Bretagna hanno ben chiaro che nell’era della conoscenza occorre investire nella ricerca. Tanto che il precedente governo, su consiglio di sir David King, aveva progettato di aumentare gli investimenti in R&S di una quota doppia rispetto all’aumento del Pil. Non c’è riuscito, ma l’obiettivo era chiaro. Anche il nuovo governo pone attenzione alla ricerca. Non aumenterà gli investimenti pubblici, ma li congelerà: sottraendoli alla mannaia dei tagli. Molti analisti temono che, erose dall’inflazione e dalle spese fisse, diminuiranno le risorse per finanziare la ricerca e l’ingresso dei giovani – britannici e stranieri – nel sistema scientifico. Ma intanto è certo che sul sistema ricerca ci sarà una speciale attenzione.

Anche il sistema universitario dovrà misurarsi con la politica di bilancio. Il nuovo governo vuole conservare l’eccellenza delle università del Regno. Nelle due più note classifiche della qualità delle università di tutto il mondo – la QS World University Rankings 2010 realizzata proprio a Londra e la Academic Ranking of World Universities realizzata dall’università Jiao Tong di Shangai – gli atenei inglesi di Oxford e di Cambridge sono gli unici non americani che compaiono tra i primi dieci. Occorre che queste università continuino ad avere sufficienti risorse. Poiché lo stato non è in grado di assicurare l’antico flusso di denaro, occorrerà che esso sia garantito dalle quote di iscrizione pagate dagli studenti. Di qui la decisione di triplicale. In alcuni casi la quota passa da 3.000 a 9.000 sterlini (poco meno di 11.000 euro l’anno).

L’idea non è nuova. Anche il governo laburista di Tony Blair aveva triplicato le quote di iscrizione, facendole passare da 1.000 a 3.000 sterline. Ma in termini assoluti l’aumento è cospicuo. Molti studenti lo considerano inaccettabile. Di qui le proteste. Ma anche molti analisti – come il sociologo Anthony Giddens – sono piuttosto critici. Temono che l’università finisca per selezionare i più ricchi, non i più meritevoli. Tanto più che –  diversamente dal sistema americano (dove per accedere alle università private si pagano quote molto alte d’iscrizione, mentre per accedere alle università pubbliche si pagano quote molto basse), le borse di studio per i “poveri ma bravi” sono numerose – nel Regno Unito di borse di studio ce ne sono poche e ce ne saranno sempre meno. 

Il governo ribatte che il sacrifico chiesto agli studenti è certo notevole, ma non impossibile da sopportare. Anche perché in Gran Bretagna gli studenti possono chiedere e ottenere un prestito dallo stato che poi restituiranno dopo la laurea, quando inizieranno a lavorare e con rate proporzionali al reddito dichiarato. Sia coma sia, una cosa è certa. Non solo la Gran Bretagna, ma l’intera Europa è giunta a uno snodo decisivo. Deve pensare come entrare nella società della conoscenza, destinando alla ricerca scientifica e all’alta educazione almeno la stessa quantità di risorse delle aree del mondo più dinamiche; come salvare il suo originale sistema di welfare; come far quadrare i conti pubblici. Non è impresa facile. Per questo è necessario che se ne discuta pubblicamente di più. Gli studenti inglesi hanno almeno un merito: hanno portato in piazza il più grande problema dell’Europa.

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