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La scienza malata?

Tempo di lettura: 5 mins
Pagine: 
158
Prezzo: 
13,50
Titolo: 
La scienza malata?
2010
Autore: 
Laurent Sègalat
Raffaello Cortina
Anteprima: 
“C’è un pilota nell’aereo scienza?” “No.” “L’aereo rischia di schiantarsi?” “Sì, il rischio è reale.” È con questo preoccupante dialogo immaginario che si apre «La Scienza Malata?», il libro-diagnosi di Laurent Ségalat (da poco uscito presso Raffello Cortina) ...
Miniatura: 

“C’è un pilota nell’aereo scienza?”
“No.”
“L’aereo rischia di schiantarsi?”
“Sì, il rischio è reale.”

È con questo preoccupante dialogo immaginario che si apre «La Scienza Malata?», il libro-diagnosi di Laurent Ségalat, da poco uscito presso Raffello Cortina, sulla condizione attuale della scienza e sul suo possible futuro (titolo originale La science à bout de souffle).

Ségalat è uno scienziato attivo del CNRS, il Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica francese, e il suo principale obiettivo polemico nel libro è la burocrazia che, come recita il sottotitolo, soffoca la scienza. Per burocrazia deve intendersi non soltanto l’immenso apparato amministrativo a cui gli scienziati devono rendere conto se vogliono ricevere finanziamenti per le loro ricerche. Più in generale, l’autore critica l’impianto, a suo avviso perverso, che regola la distribuzione del merito e dunque dei finanziamenti all’interno della comunità scientifica.

Il libro in sostanza esprime, in uno stile scorrevole (si legge in meno di un’ora) sebbene non molto rigoroso, preoccupazioni invero piuttosto comuni, relative ai meccanismi di finanziamento dei progetti scientifici.

La descrizione dell’attività dei ricercatori enfatizza il carattere competitivo della ricerca scientifica e pone l’accento sull’ansia da pubblicazione che affligge, e ammala, la scienza odierna.

Com’è noto ai più, la scienza di oggi si regge sul sistema del peer reviewing. L’idea di fondo è che il lavoro di un ricercatore possa essere pubblicato solo dopo aver passato il vaglio severo di altri colleghi. Così, in teoria, soltanto i lavori davvero meritevoli, quelli cioè le cui conclusioni sono meglio supportate dai dati sperimentali, si guadagnano l’onore della pubblicazione.

Ma dall’avere il proprio nome su una rivista scientifica, non si guadagna solo gloria – romantica moneta, tanto ambita quanto effimera. In realtà il vantaggio maggiore che si riceve dalla pubblicazione scientifica è un credito da poter spendere in una fase della ricerca scientifica che ha poco di romantico e molto di profano: la caccia ai finanziamenti. Più cresce la lista delle proprie pubblicazioni, maggiori diventano le chances di riuscire a finanziare le proprie ricerche future. Pubblicare tuttavia non è solo una questione di quantità, ma anche e soprattutto di qualità. Le riviste scientifiche non sono infatti tutte uguali. Ciò che distingue le une dalle altre, e che ne pone solo pochissime, come Science, Nature o Cell, in cima ai sogni di qualunque ricercatore, è un indice numerico (un numerino, insomma) che in gergo tecnico si chiama impact factor.  Questo indice rivela il numero medio di citazioni che riceve un articolo pubblicato su una data rivista. Esso mostra cioè il livello di attenzione e di prestigio che la comunità scientifica attribuisce alla rivista.

Va da sé, allora, che ogni scienziato ambisca a pubblicare i risultati del proprio estenuante lavoro su quelle riviste che, come testimoniato da unimpact factor alto, sono maggiormente apprezzate, lette, studiate e citate dagli altri scienziati. Se si pensa poi che questo meccanismo condiziona pesantemente la possibilità di accaparrarsi i finanziamenti necessari per fare ricerca, si capisce l’allarme lanciato da Sègalat circa gli effetti nocivi che l’adagio “publish or perish” (“pubblica o muori”) può provocare alla scienza.

Pubblicare è infatti molto difficile, ma non necessariamente, ci dice Sègalat, perché fare scienza sia difficile, quanto piuttosto perché solo pochissime riviste sono in grado di distribuire il credito scientifico necessario ad una miriade di scienziati per continuare a fare scienza.

Questa situazione è giudicata assurda da Sègalat, il quale ne ricostruisce sommariamente le cause storiche e sociologiche. Nel dopoguerra la mole delle ricerche scientifiche aumenta a dismisura. Di conseguenza diventa impossibile per le biblioteche tenere il passo col numero sempre crescente delle riviste scientifiche, così come diventa impensabile per i ricercatori leggere tutto ciò che viene pubblicato. Per motivi di budget dunque, ma soprattutto per motivi di spazio, in un’era in cui il sapere circolava ancora su carta, e non sulla rete come adesso, fu naturale che alcune riviste, quelle considerate migliori, prendessero il sopravvento e venissero, per così dire, darwinianamente selezionate dalla comunità scientifica come le più prestigiose. Secondo Ségalat tuttavia, ora che la rete ha trasformato gli articoli scientifici in formato digitale e li ha resi accessibili da qualunque computer, questo stato di cose non ha più ragion d’essere. A tenere in vita questo sistema editoriale non sarebbe dunque la qualità della scienza pubblicata sulle riviste più prestigiose, ma l’interesse di queste stesse, potenti, riviste nel mantenere sempre più difficile, e dunque più ambita, la pubblicazione di un articolo sulle loro pagine, ad esclusivo vantaggio, secondo Sègolat, del loro fatturato.

Questa analisi è a mio avviso piuttosto rudimentale. Essa segnala tuttavia alcune storture dell’attuale sistema sulle quali sarebbe opportuno soffermarsi a riflettere. In fondo il più grande problema del peer reviewing system è che, a tutt’oggi, non se ne conosce un’alternativa, più equa e più razionale. Il libro di Sègolat non fa eccezione da questo punto di vista: la pars destruens è infatti a tratti violenta, ma la pars construens è a dir poco flebile. Dovremmo smetterla di affidarci all’impact factor? Sarebbe più vantaggioso e giusto distribuire i finanziamenti in parti uguali a tutti i gruppi di ricerca, indipendentemente dalla loro “bravura”? Come potremmo difenderci meglio dalle frodi scientifiche?

Tutti questi interrogativi rimangono sostanzialmente senza risposta nel libro. Inoltre la rilevanza e l’impatto di prestigiose riviste open access come PLoS  non vengono presi in considerazione.

Vale la pena tuttavia confrontarsi con il punto di vista alquanto provocatorio espresso in questo libro, per iniziare una riflessione sulle aspettative che la società nutre nei confronti della scienza, e sulle soluzioni più ragionevoli da adottare in vista del loro soddisfacimento.

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