Il lavoro nobilita l'uomo o lo uccide?

Tempo di lettura: 11 mins
Charlie Chaplin in un fotogramma di Tempi moderni, 1936.

Charlie Chaplin in un fotogramma di Tempi moderni, 1936.

Mentre in Italia si disputa sulle nuove statistiche Istat su occupazione e sottoccupazione, la questione degli straordinari sul lavoro accende il dibattito negli Stati Uniti. Un editoriale pubblicato sul New York Times1 ricorda che negli States un terzo degli occupati lavora più di 45 ore alla settimana, mentre almeno 10 milioni di lavoratori lavora almeno 60 ore. L’etica del lavoro ha spinto recentemente il cofondatore di Tesla Elon Musk a dichiarare che “nessuno ha mai cambiato il mondo lavorando 40 ore alla settimana”, mentre il tycoon cinese di Alibaba, Jack Ma, ha “benedetto” l’abitudine cinese di lavorare dalle 9 di mattina alle 9 di sera, 6 giorni alla settimana, pratica nota come “996”.

Lavorare troppo fa male: secondo i Centers for Diseases Control and Prevention di Atlanta, citati del NYT, negli stachanovisti aumenta il rischio di obesità, tabagismo, alcolismo, e quindi ictus e infarto. Ma anche lavorare poco, o non lavorare per nulla, può nuocere alla salute.

Il lavoro, infatti, - quando c’è - è diventato flessibile, precario. A seconda che lo si qualifichi con il primo o il secondo termine prevalgono gli aspetti positivi o negativi, i quali probabilmente coesistono. L’automazione sta liberando il lavoro da una pesante eredità di fatiche, lavori fisici e mentali stereotipati, ma sta anche cancellando milioni di posti di lavoro. Alle casse automatiche di Ikea basta ora un lavoratore ogni 4-6 casse, per aiutare i clienti in difficoltà. Quindi via i cassieri, lavoro in via di estinzione, seguito a ruota - secondo la previsione di un rapporto sull’automazione dell’Università di Oxford2 - da addetti ai call center, sarti, bancari e assicuratori. Non tutti concordano con le previsioni degli autori del rapporto, secondo i quali entro 20 anni sarà a rischio il 47% dei posti di lavoro, sostituibili da macchine. Tuttavia dovrebbe restare valida la teoria della “disoccupazione tecnologica” formulata da John Maynard Keynes: “La scoperta dei mezzi per ridurre l’uso di manodopera procede più rapidamente della scoperta di nuovi usi della manodopera” (“This means unemployment due to our discovery of means of economising the use of labour outrunning the pace at which we can find new uses for labour”)3.

Si confida piuttosto sul fatto che l’irrompere delle nuove tecnologie dell’automazione nel mondo del lavoro porti una sorta di distruzione creatrice: a licenziamenti immediati seguiranno molte più opportunità di lavoro future. Secondo il World Economic Forum, per il 2020 l’automazione avrà cancellato 75 milioni di posti di lavoro nel mondo ma al contempo ne dovrebbe creare 122 milioni. A patto però che un imponente processo di formazione consenta alla grande maggioranza delle persone di acquisire competenze digitali considerate ormai necessarie per i nuovi lavori. Secondo la Commissione Europea 9 lavori su 10 richiederanno competenze digitali, possedute per ora solo da 5 europei su 10.

E’ significativo che nella lista dei lavori che rischiano meno di scomparire a causa dell’automazione vi siano, fra gli altri, psicologi e psicoterapeuti. Il lavoro spesso genera stress, e ancora di più la disoccupazione. Come dice Woody Allen: “I soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria”. La compromissione della salute mentale è spesso il campanello d’allarme di successivi disturbi fisici. Questo è probabilmente il motivo per cui le indagini epidemiologiche post recessione in Paesi come la Grecia e l’Italia, hanno individuato il segnale più chiaro nell’aumento dei disturbi mentali, come ansia e depressione, e un aumento della mortalità da queste cause4

La teoria dello stress lavorativo di Karasek

Il lavoro dà di che vivere ma può uccidere, e lo stress è spesso il tramite di questo effetto. Il concetto moderno di stress ha una lunga storia, ma chi l’ha posto più efficacemente in relazione alle condizioni di lavoro è lo psicologo Robert Karasek, che insieme al collega Tores Theorell ha definito lo stress lavorativo come risultato di un’alta domanda unita a un basso controllo. Se a una domanda di lavoro intensa (scadenze, numero di attività di svolgere in un’ora, quantità di relazioni da scrivere) si accompagna un basso livello di libertà decisionale e competenze sul ciclo produttivo da parte del lavoratore (controllo), si ha un alto rischio di stress che può facilmente tradursi in ansia, depressione, fino a vere e proprie somatizzazioni come malattie cardiovascolari.

A questa prima formulazione, che risale agli anni Settanta, si è aggiunta in seguito una terza dimensione: il supporto sociale, che può contrastare il deficit di controllo. Riassume Karasek: "Quello che oggi è definito un lavoro ad alto rischio di stress psicologico è un lavoro che implica un basso livello di libertà decisionale, un basso livello di competenze e un notevole impegno psicologico; inoltre è caratterizzato da sforzo fisico limitato e dall’isolamento del singolo lavoratore dagli altri colleghi"5.

Sono più esposti allo stress negativo figure di basso livello che, per usare la formulazione un po’ desueta di Karasek sono gli assemblatori, gli ispettori, i gestori del trasporto merci, le sarte, le cameriere, le operatrici telefoniche, gli impiegati non qualificati. Ma oggi a questi si possono aggiungere, ad esempio, i lavoratori stagionali dei magazzini di Amazon, a cui - almeno fino all’anno scorso - veniva richiesto quattro turni di almeno 50 ore a settimana, una pausa di 15 minuti al giorno e l’obbligo di indossare un braccialetto che monitora la produttività nel recuperare dagli scaffali la merce e impacchettarla6.

Molto più accettabile, quando non addirittura benefico, invece, è lo stress di manager e professionisti, dove l’alta domanda è compensata da un altrettanto elevato controllo sulla propria vita lavorativa. I lavori cosiddetti passivi sono invece quelli dove sono basse sia la richiesta di lavoro sia il controllo e le competenze, condizione che riguarda figure impiegati amministrativi, portieri, guardiani. Lo stress, in questo caso, è spesso la conseguenza di un isolamento sociale e un “ritiro dalla vita politica” che Karasek giudica ancora più inquietante del lavoro ripetitivo e alienante in fabbrica. L’ultima variante riguarda coloro che esercitano una forte autonomia e controllo sul proprio lavoro ma sono soggetti a una scarsa domanda di impegno lavorativo. Gli autori suggeriscono, fra queste figure, lo scienziato e l’artigiano.

Platform economy

Il modello di Karasek è ancora oggi la base dei questionari impiegati dai medici e psicologi del lavoro operanti anche in Italia, anche se i repentini cambiamenti nel mondo di lavoro contemporaneo, sotto la duplice spinta della precarizzazione e dell’automazione, rendono il quadro più sfumato. Come etichettare per esempio i nuovi addetti della cosiddetta platform economy?7 Sono questi in prevalenza giovani, a volte ancora studenti, che fanno consegne, puliscono uffici o eseguono lavori e riparazioni nelle case, trasportano passeggeri (come nel caso di Uber), o partecipano ad aste online per aggiudicarsi lavori di copyright, traduzioni, design e altro ancora.

Le piattaforme che distribuiscono su base giornaliera questi lavori sono offline ma più frequentemente online (si contano attualmente 173 siti di questo genere in Europa) e sembrano coprire tutte le tipologie di Karasek. Dalle prime indagini non emergono particolari lamentele. Nella fascia più qualificata di professionisti e creativi il lavoro sembra dare soddisfazione pur nella sua natura di complemento a lavori più strutturati. Nelle mansioni meno qualificate emergono invece preoccupazioni ancora anteriori allo stress, quali la fatica, il rischio di incidenti stradali, il freddo, la mancanza di un luogo fisico dove riposare e condivider con altri la propria condizione fra un lavoretto e l’altro. In fondo la gig economy (come si preferisce chiamarla nei Paesi anglosassoni) lascia al lavoratore stesso - per definizione precario - porsi il livello di domanda lavorativa che preferisce, o che è in grado di sopportare.

Produttività e parcellizzazione del lavoro

La teoria di Karasek nasce mentre il taylorismo stava ormai declinando, almeno nella sua forma classica. Alla radice dello stress e delle malattie da lavoro stanno i totem della produttività e della divisione del lavoro, ritenuti essenziali da Adam Smith nel Ricchezza delle Nazioni. Spiega Karasek: “La produttività è massimizzata quando ai lavoratori vengono assegnati compiti il più possibile piccoli e specifici, al fine di migliorare la prontezza e l’abilità di ogni lavoratore e per eliminare i possibili movimenti superflui. Un tale livello di specializzazione, tuttavia, può essere ottenuto solo all’interno di un sistema di mercato basato sul principio del libero scambio e sul commercio. Solo in questo caso il lavoratore altamente specializzato nella produzione di un bene può ottenere maggior ‘benessere’ scambiando i propri profitti con altri beni ottenuti attraverso processi altrettanto specialistici”.

Il frazionamento delle mansioni, in un mercato di libero scambio, aumenta produttiva ma anche il benessere di ciascuno, unito agli altri da scambi economici in una comunità armoniosa. L’utopia di Smith viene portata alle conseguenze estreme da Taylor, che nel 19118 suggerisce un'ulteriore semplificazione del lavoro fino a raggiungere la massima riduzione alle singole “competenze essenziali” che dovrebbero poi ricomporsi nel meccanismo perfetto del lavoro in fabbrica. Il piano, opportunamente messo a punto da ingegneri, è volto alla massima resa e alla riduzione della fatica e, di nuovo, all’aumento del benessere di ogni lavoratore, per quanto infimo sia il suo ruolo. Nel 1913, con Henry Ford, la divisione del lavoro aumenta ancora, arrivando a una eliminazione estrema dei “movimenti superflui”, fra i quali lo spostarsi e le pause. Basta stare fermi al proprio posto, sarà il nastro trasportatore della catena di montaggio a muoversi. Il metodo viene fatto proprio pochi anni dopo anche da Vladimir Ilic Lenin nelle fabbriche della neonata Unione Sovietica, sempre per il bene dei lavoratori e della “massima resa”.

“Tuttavia” commenta Karasek, “un alto livello di specializzazione porta quasi inevitabilmente a una diminuzione del potere decisionale dei lavoratori” in favore di manager e ingegneri. “Ironicamente, nelle società occidentali industriali e democratiche, uno dei pochi motivi per cui è legittimamente permesso non rispettare il principio democratico dell’equità del potere, è la necessità di ottenere a ogni costo la massima resa economica”. Lo stress sul lavoro, stretto nella tenaglia fra alta domanda e basso controllo, è il sintomo psichico che scaturisce dalla rimozione del diritto al movimento, alle pause, più in generale alla soggettività e alla partecipazione politica dei lavoratori. La produttività e la divisione del lavoro sono i presupposti distali della malattia.

Solitudine e indifferenza politica

Cosa succede allora con i nuovi fenomeni che investono anche il mondo del lavoro contemporaneo, quali la globalizzazione dell’economia e la nuova frontiera dell’automazione? Succede che - almeno dal punto di vista della psicologia del lavoro - plus ça change et plus c’est la mème chose. Già questi segnali vengono colti da Karasek a fine anni Ottanta. La globalizzazione, infatti, porta ancora più distante il produttore dallo sconosciuto consumatore, distruggendo “i precedenti processi produttivi orientati invece verso la comunità, aumentando la sensazione di impotenza e di smarrimento dei lavoratori, che non riconoscono più le motivazioni alla base di un sistema al di sopra della comunità locale. (…) e ciò contribuisce a generare un clima di crescente insicurezza all’interno del mondo del lavoro”.

Se il lavoro diventa sempre più anonimo e insicuro, il non-lavoro risulta essere, almeno nell’immediato e nella prospettiva del singolo lavoratore, l’altro nome dell’automazione spinta. La precarietà dei contratti, nobilitata dalle promesse della flessibilità, diventa la via d’uscita più probabile dal baratro sociale della disoccupazione.

Il quadro era già chiaro nel 1990, anno di pubblicazione di “Healthy Work” di Karasek e Torell: ”Il lavoro negativo nel futuro mondo industrializzato, anche se ben pagato e con delle condizioni fisiche accettabili, ha ancora dei problemi che non si possono sottovalutare: nessuna opportunità di imparare, un monitoraggio da parte dei computer, noia intervallata da situazioni di crisi, licenziamenti inaspettati, nessun diritto, isolamento sociale, competizione tra i lavoratori, perdita dei contatti con il vero mondo dei consumatori, ovvero feedback, scambi, convivialità”.

Da questa diagnosi impietosa della realtà del lavoro nell’epoca del tardocapitalismo emerge la distonia di “luminose tecnopoli in mezzo a una terra culturalmente desolata, popolata da cittadini di seconda classe, consumatori poco istruiti e due volte impoveriti, valutati solo per la loro abilità di comprare prodotti sempre più economici e sempre meno utili. Questi cittadini di seconda classe si limiterebbero a un consumo passivo che non li stimolerebbe a nuove sfide. Il loro lavoro negativo non incoraggerebbe le loro competenze ma proseguirebbe sempre uguale a sé stesso, senza portare a nessun tipo di carriera. Queste moltitudini non istruite, senza un senso di identità sociale radicato su un orgoglio chiaro delle loro capacità, senza fiducia nella legittimità della società e nessuna volontà di contribuirvi, potrebbe essere ingovernabile e imprevedibile”.

A un certo punto Karasek ha il sospetto che la lente psicosociale con cui ci siamo abituati a leggere la condizione del lavoro moderno sia insufficiente. “I costi psicofisiologici del modello di Smith potrebbero avere ripercussioni ancora più grandi di quelle di cui abbiamo parlato. Forse gli esseri umani semplicemente non sono adatti allo stress prodotto dalle nuove istituzioni socioeconomiche che si sono evolute così velocemente (velocemente rispetto ai tempi del cambiamento evolutivo della fisiologia umana). Potremmo essere stati geneticamente e cerebralmente ‘programmati’ perché le nostre performance siano migliori in un set diverso di strutture sociali”.

 

Note
1. Bryce Covert, “The Richest Man in China Is Wrong. 12-Hour Days Are No ‘Blessing.”, The New York Times, 21/4/2019
2. Carl Benedikt Frey, Michael Osborne, “The future of employment: how susceptible are jobs to computerisation”, 2013
3. John Maynard Keynes, “Economic Possibilities for our Grandchildren (1930)”, in Essays in Persuasion, New York: W.W.Norton & Co. 1963, pp. 358-373 
4. Roberto De Vogli, Mortality due to mental and behavioral disorders associated with the great Recession (20018-10) in Italy: a time-trend analysis. European Journal of Public Health 2013; 1-3
5. Robert Karasek, Tores Theorell, Linking productivity and health. Healthy Work: Stress, Productivity, and the Reconstruction of Working Life, New York: Basic Books, Inc. 1990. (in italiano: Robert Karasek, Tores Theorell, Autonomia e salute sul lavoro. Stress, produttività e salute sul lavoro, Ferrari Sinibaldi, 2012)
6. Questi modalità sono state raccontate dalla giornalista Carole Cadwalladr, sul Guardian: “My week as Amazon insider”, 2013
7. Willem Pieter de Groen et al. Employment and working conditions of selected types of platform work, European Foundation for the Improvement of Living and Working Condition, Eurofond, 2018.8. Frederick Winslow Taylor, The Principles of Scientific Management. New York and London, Harper & brothers, 1911

 

altri articoli

Global initiative to integrate patient input in MS research and care

--

The European Charcot Foundation and the International MS Federation have launched a new global initiative to put patient experience at the heart of MS research and healthcare. The Italian MS Society will act as the lead agency on behalf of the Global MSIF Movement. The initiative was presented on 12 September at ECTRIMS 2019.