Omeopatia, un insuccesso di successo

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"Fingertip Homeopathy". Credit: Photo by Giancarlo Foto4U - Licenza: CC BY-SA 2.0.

Alcuni giorni fa una rete televisiva ha mandato in onda un’interessante trasmissione sull’omeopatia. L’ottimo conduttore ha messo a confronto i sostenitori della terapia e i suoi critici.

Il più determinato dei pro-omeopatia illustrava il metodo1, ideato oltre duecento anni fa dal medico tedesco Samuel Hahnemann (1755-1843), giustamente critico verso le pratiche mediche convenzionali dell’epoca2.

I sostenitori asserivano che esistono ampie prove dell’efficacia della terapia; i più avveduti non si spingevano a sostenere che i trattamenti omeopatici possono sostituire gli interventi della medicina in tutti i casi: la drammatica morte del piccolo Francesco, affetto da otite e curato da un medico omeopata pare avere insegnato qualcosa.

I critici sostenevano che, al di là delle singole testimonianze, tutte le indagini attendibili mostrano il contrario: gli eventuali benefici non vanno al di là dell’effetto placebo3.

L’omeopatia funziona come i placebo

I trial clinici affidabili sono quelli randomizzati in doppio cieco controllati con placebo; sono gli stessi trial impiegati per analizzare l’impatto di qualsiasi terapia. Molte delle ricerche tuttavia sono state condotte con scarso rigore. Così non possono fornire risposte convincenti.

Gli studi affidabili sull’eventuale efficacia delle cure omeopatiche danno quasi tutti una risposta univoca e negativa.

Nel 2003 un gruppo di ricercatori molto qualificati di Berna intraprese una meta-analisi, concludendo che l’omeopatia era solo marginalmente più efficace del placebo. Il Medical Research Council australiano ha pubblicato i risultati di una meta-analisi condotta su 225 ricerche sull’effetto dei trattamenti omeopatici, incluse quelle presentate da associazioni pro-omeopatia; le conclusioni sono ancora che questo tipo di cura non abbia altri effetti se non quelli legati alla suggestione.

Nella lista nera del National Health Service

Nel 2010 una commissione dalla Camera dei Comuni ha ribadito che l’omeopatia non funziona più di un placebo. Recentemente il National Health Service ha inserito l’omeopatia, insieme ad altri rimedi alternativi in una lista nera di prescrizioni non rimborsabili dal sistema sanitario nazionale, definendo tali trattamenti “privi di prove scientifiche di efficacia”.

Con l’NHS concordano i rapporti pervenuti dalla British Medical Association e dalla Royal Pharmaceutical Society, e anche il National Institute for Health and Care Excellence ha dichiarato che, da tutte le revisioni scientifiche, non è emersa “alcuna prova dell’efficacia dell’omeopatia”. Le prove cliniche, si legge nel resoconto della commissione, dovrebbero prevalere sui racconti aneddotici dei pazienti che sostengono che per loro l’omeopatia funziona.

Oltre ai rimedi omeopatici, la lista nera dell’NHS include diversi tipi di integratori (da quelli articolari agli acidi grassi Omega-3 fino agli antiossidanti) perché ritenuti di bassa efficacia e sostituibili con la dieta, trattamenti alle erbe, massaggi.

Le raccomandazioni, comunque, precisa il direttore medico nazionale della NHS Bruce Keogh, non sono un divieto, ma i medici di base dovrebbero valutare attentamente caso per caso, prediligendo quei trattamenti che, se comprati in farmacia o al supermercato, graverebbero molto meno sul sistema sanitario pubblico.

Ma i “veri credenti” ignorano i risultati negativi delle indagini sull’efficacia delle cure omeopatiche, o ad essi non credono, o forse addirittura pensano a complotti orditi dalle case farmaceutiche; di conseguenza continuano a ricorrere con fiducia agli omeopati. La fede smuove le montagne (Mt 17,14-20).

Il successo pubblico (non clinico) delle cure omeopatiche

Secondo un'indagine di EMG Acqua/Omeoimprese sono 8 milioni gli italiani che usano l’omeopatia almeno una volta all’anno; il 4,5% della popolazione si affida alle cure complementari con una frequenza quotidiana/settimanale. Oltre la metà degli utilizzatori ha un’istruzione superiore. Nel mondo moltissimi tra medici e personale sanitario (dal 17 al 97%) utilizzano o prescrivono regolarmente dei placebo nella pratica clinica.

Una delle cause del successo pubblico (non clinico) delle cure omeopatiche quasi certamente sta nel rapporto tra medico e paziente. L’omeopata - diversamente dalla maggior parte dei medici assediati dai pazienti - ha la possibilità di interessarsi con calma di molti aspetti della vita del paziente, condizioni psicologiche, alimentazione, eccetera, creando uno stato di empatia e di fiducia. Ciò, insieme alle aspsttative di chi si reca dall'omeopata, probabilmente rafforza l’effetto placebo.
Deve essere dichiarato chiaramente che le cure omeopatiche non hanno un’efficacia superiore alla somministrazione di placebo, ma i divieti suscitano reazioni di rigetto; anche gli oroscopi non hanno fondamento scientifico e non danno indicazioni attendibili, tuttavia sarebbe insensato proibirne la diffusione.
Ricordiamo che l’omeopatia in sé non fa danno. Il danno nasce dalla sostituzione terapeutica, ossia quando si rifiuta il trattamento terapeutico necessario per sostituirlo con cure omeopatiche, come nel drammatico caso del bimbo al quale sono state negate le cure efficaci per l’otite.

Si veda anche CICAP.

Note
1 A fondamento sta il principio: similia similibus curantur: per curare una malattia si deve assumere in bassissime dosi una sostanza che, generalmente, provoca nell'organismo gli stessi sintomi che si vogliono eliminare. Affinché il processo sia efficace, il liquido diluente (acqua) deve essere agitato ("concusso") a ogni diluizione; la combinazione di diluizione e scuotimento è nota come “dinamizzazione”. Ma, alle diluizioni prescritte, nel liquido non resta praticamente nulla del principio attivo; il farmaco omeopatico è letteralmente indistinguibile dall'acqua pura. Da un punto di vista scientifico, dunque è impossibile spiegare come un preparato privo di qualunque principio attivo possa produrre risultati su una patologia clinica, se non un effetto placebo
2 La medicina non si era ancora sviluppata su basi scientifiche. Spesso i medici ricorrevano a ripetuti salassi e a poderose purghe. Si pensi che al Sacro Romano Imperatore Leopoldo d’Austria furono praticati quattro salassi nelle 24 ore precedenti la sua morte (1792); qualcosa di molto simile capiterà sette anni dopo a George Washington.
3 Un placebo è un preparato che simula un farmaco, farmaco (che si tratti di una compressa o di un'iniezione) ma che non contiene alcun principio attivo; è costituito solo da sostanze innocue come zucchero o amido. Viene impiegato soprattutto per valutare l’efficacia di un farmaco; è in grado di lenire il dolore cronico, di ridurre l'insonnia, di placare l'ansia, ha un effetto benefico sul mal di schiena e sulla nausea, interferisce con il sistema immunitario e con quello ormonale. La sua azione dipende da tanti fattori: le aspettative del paziente rispetto alla sua efficacia, il rapporto che ha instaurato col medico, la determinazione nel seguire la terapia, l'atteggiamento dei familiari nei confronti della malattia del loro caro. L'effetto placebo indica tutti quei cambiamenti benefici, sia fisici che psicologici, che avvengono nelle persone, causati delle loro aspettative consce o inconsce di guarigione, a prescindere dall'intervento di farmaci o procedure terapeutiche attive. Queste aspettative positive sono in grado di scatenare all'interno dell'organismo, in oltre una persona su tre, una serie di importanti reazioni biochimiche - tipicamente la produzione di endorfine, sostanze analgesiche con effetto analogo a quello della morfina, e di dopamina, un neurotrasmettitore prodotto nel cervello, che promuove il benessere. Recentemente all’effetto placebo è stato dedicato un congresso scientifico internazionale, a Leida, con oltre duecento nuovi studi in programma (Elisa Manacorda).

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