La vita oltre il ghiaccio

Tempo di lettura: 3 mins

C’è vita anzi c’è un intero ecosistema sotto i ghiacci del Polo Sud a dimostrazione che la vita può esistere anche in luoghi estremamente freddi e bui. La conferma arriva dal progetto internazionale WISSARD che ha trovato nel lago Whillans, a circa 800 metri sotto i ghiacci del Polo Sud, un intero ecosistema composto da oltre 4mila specie di microrganismi capaci di nutrirsi di sedimenti e di elementi rilasciati dallo scioglimento dei ghiacci.
In un millilitro di acqua proveniente dal lago sono presenti 130.000 cellule, una concentrazione analoga a quella misurata nelle profondità oceaniche.
Le cellule vivono e si riproducono in una condizione ambientale così estrema, perché hanno escogitato sistemi non convenzionali per la vita sulla terra. Perfino gli altri microorganismi estremofili già noti e presenti in Antartide sono diversi dai batteri del lago, pur essendo anch'essi capaci di vivere a basse temperature e con un'esposizione stagionale alla luce.
La scoperta è stata illustrata su Nature e finanziata dalle statunitensi National Science Foundation, NASA, NOAA, e Gordon and Betty Moore Foundation, e dai fondi italiani del Programma Nazionale Ricerche in Antartide (PNRA).

I due decenni di studi che hanno portato alla luce la fitta rete di acque al di sotto della calotta Antartica - si parla di circa 400 laghi - ha indotto un gruppo di studiosi americani, inglesi e italiani a spingersi in profondità per andare a vedere cosa nascondessero i ghiacci, in un territorio vergine e mai toccato dall'uomo.
Proprio l'intervento dell'uomo poteva costituire però un problema per questa ricerca: “la contaminazione dei campioni di acqua sotterranea e sedimenti in fase di prelievo con batteri o sostanze normalmente presenti nell'atmosfera, avrebbe invalidato le successive misurazioni”, ha spiegato Carlo Barbante, dell’Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche (IDPA-CNR)e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Per questo è stato necessario usare una tecnologia innovativa e mai usata precedentemente: la perforazione è infatti avvenuta con acqua calda, resa sterile con fasci di raggi UV.
La procedura di sterilizzazione e la presenza in loco dei nostri connazionali per prendere tutte le precauzioni sono state fondamentali nell'assicurare il corretto svolgimento delle operazioni di campionamento.
“La delicatezza dell'operazione” ha aggiunto Barbante, “era legata anche alla natura stessa dei campioni, a noi sconosciuti sia per il tipo di matrice in cui vivono sia dal punto di vista chimico e biologico”.

Lo studio dei batteri ha rivelato che questi microorganismi hanno escogitato processi chimici particolari per dotarsi di  una fonte di energia per vivere: per cibarsi trasformano minerali di ferro e di composti sulfurei che derivano dal sedimento, tramite reazioni di ossido-riduzione o ossidazione dell'ammonio presente nell'acqua.
L'analisi dell'ambiente da cui questi microorganismi traggono il loro sostentamento si è svolto grazie al team veneziano: “nel nostro laboratorio siamo stati in grado di misurare la composizione chimica dell'acqua fino a concentrazioni picomolari, evidenziando la presenza del ferro o di altre molecole chimiche più complesse”, ha detto Barbante aggiungendo che l'Università ed il CNR stanno puntando molto su questo tipo di ricerche, grazie all'espansione di camere bianche a contaminazione controllata per lavorare in completa assenza di polvere.

La ricerca ha permesso inoltre di evidenziare che sulla Terra ci sono organismi che hanno subito evoluzioni particolari e inedite. “Il fatto di provare la presenza di queste forme di vita, così diverse rispetto a quelle finora conosciute, ci permette di immaginare la presenza di forme analoghe anche su altri pianeti,” ha concluso Barbante. “È stato ad esempio dimostrato che Marte ed Europa potrebbero avere calotte di ghiaccio molto simili a quelle Antartiche che potrebbero quindi ospitare microorganismi analoghi a quelli appena scoperti”. 

altri articoli

Scientists revealed a weak spot of the Huntington’s disease

An MRI scan shows signs of atrophy in the brain of a patient with Huntington's disease.
Science Photo Library/Science Source

Researchers have found that aberrant protein aggregates responsible for Huntington’s disease have some weak spots that could be exploited to hinder the development of this pathology. The study, published on Scientific Report, has been conducted by scientists of the Centre for Complexity and Biosystems (CC&B) of the University of Milan, in collaboration with colleagues from Penn State University.