Cultura della scienza, cultura della rete

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“Abbiamo una nuova forma di sapere. Questa nuova conoscenza non ha bisogno solo di enormi computer, ma anche di una rete che li colleghi e alimenti…”, scrive Davide Weinberger, filosofo di internet, ne La stanza intelligente.
La “stanza” è il contenitore, il web, che modifica la forma e l’accessibilità del contenuto, il sapere.
Nell’era dei nuovi media il sapere scientifico è sempre meno relegato nell’ambiente angusto delle accademie.
Da una parte il web è nato grazie alla scienza, dall’altra la scienza viaggia nel web per essere condivisa, accessibile a tutti, aperta.
Ma qual è il livello di conoscenza della rete degli scienziati italiani? Proprio attraverso la rete ne abbiamo parlato con Alessandro Delfanti, prima docente di Sociologia dei nuovi media all’Università di Milano, ora ricercatore presso la McGill University, a Montreal, dove si occupa del ruolo dei media partecipativi in biomedicina.

Qual è il livello generale di conoscenza e uso della rete dei ricercatori italiani?
Credo sia ottimo, come ormai da anni in tutto il mondo. La mia sensazione è che ci siano forse alcune differenze generazionali in via di sparizione, con i ricercatori più giovani naturalmente socializzati da sempre all’uso quotidiano della rete, e quelli meno giovani che sono “migrati” nell’ambiente digitale. Forse, però, queste differenze sono meno importanti di quelle legate al settore disciplinare. La ricerca scientifica si è coevoluta con la rete, che in fondo è nata per soddisfare esigenze accademiche e da sempre è stata progettata, adattata e trasformata anche dagli scienziati. Anche oggi, quando lo sviluppo della rete è guidato da forze commerciali, cioè le grandi multinazionali delle telecomunicazioni e del web, la ricerca scientifica ha un ruolo fondamentale nella sua innovazione.

Esiste una correlazione tra il tipo di formazione accademica degli scienziati e la conoscenza del web?
Sicuramente. Per esempio i fisici delle particelle sono da sempre all’avanguardia (in fondo il WWW è nato al CERN), mentre chi soffre più ritardi sono forse le scienze sociali o quelle umanistiche. È ovvio che in alcuni campi, come appunto la fisica o la genomica, il lavoro quotidiano dei ricercatori avviene tramite computer e rete. La ricerca e l’informatica non sono separabili.

Quali altri campi di ricerca stanno cogliendo, più di altri, le potenzialità offerte dai nuovi media?
Le scienze della vita sono il settore in cui stanno avvenendo le trasformazioni più interessanti. Sono ormai completamente legate agli strumenti informatici e di rete e credo che arriveranno sorprese. Anche la medicina si sta confrontando sempre di più con la digitalizzazione delle nostre vite, tuttavia interessi industriali e privati rendono questo settore molto particolare. Del resto, però, proprio per gli interessi in gioco e per l’importanza sociale e pubblica della medicina, una trasparenza maggiore sarebbe importante.

Secondo lei gioverebbe formare in maniera mirata gli scienziati a un uso più consapevole della rete?
No, non all’uso degli strumenti digitali per la pubblicazione scientifica, a meno che non sia per fini specifici. Quello che potrebbe servire è una cultura critica delle reti digitali, che nel nostro paese non è molto sviluppata. Mi riferisco alla consapevolezza degli interessi, dei problemi e delle forme di potere facilitate dalla rete. Anche nella comunicazione della scienza queste dinamiche sono molto importanti e dovrebbero essere discusse di più.

Il cammino verso una cultura critica della rete può essere guidato dal basso, oppure è necessario vi sia una maggiore apertura mentale all’interno delle accademie?
Le spinte dal basso sono sempre importanti perché portano le istituzioni ad aprirsi alle novità e possono vincerne le resistenze, ma oggi stiamo attraversando un cambiamento strutturale della ricerca e delle forme di comunicazione: secondo me il coinvolgimento delle istituzioni è fondamentale. Penso al ruolo del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nell’adozione di regolamenti che favoriscano l’Open Access per le pubblicazioni scientifiche finanziate da denaro pubblico. Negli USA la UCLA di Los Angeles ha adottato una politica di Open Access per tutto ciò che produce. Qualcuno da noi vuole seguire l’esempio? Ma del resto le istituzioni sono fatte di donne e uomini, che prendono decisioni in base alle risorse che hanno, alla cultura che li guida, agli obiettivi che si pongono e all’ambiente che le circonda. Il cambiamento dal basso resta pertanto cruciale.

Esistono barriere alla diffusione dei vari aspetti dell’Open Science nel nostro Paese?
Credo che la barriera più importante sia quella economica, causata dai tagli e dai disinvestimenti. Inoltre non giova un ambiente generale del paese in cui le forme di innovazione culturale sono spesso soffocate da resistenze che favoriscono le rendite di posizione, ad esempio il problema della SIAE: si parla da decenni di riformarla, ma la gestione di Gino Paoli l’ha resa ancora più chiusa.

 

Giulia Carosi

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