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La pandemia nei tweet dei leader del G7

Twitter ha cambiato il modo di comunicare. Soprattutto quello dei politici. C’è chi non riesce a star dentro ai pochi caratteri a disposizione di un singolo tweet, e chi non può fare a meno di usarlo. Quello che non cambia è, invece, il ruolo di chi lo usa. Uno studio pubblicato sul Journal of Public Health ha analizzato i tweet inviati dai leader del G7 sulla pandemia da COVID-19 scritti tra il 17 novembre 2019 e il 17 marzo 2020.

Appiattire la curva, ovvero l’importanza di essere chiari

Crediti immagine: João Jesus/Pexels. Licenza: Pexels License

L’immagine più famosa di questa pandemia è stata pubblicata su Twitter il 28 febbraio da Drew Harris, assistant professor al Thomas Jefferson University College of Population Health. Nota come flatten the curve (appiattisci la cura), è la riproposizione di un grafico chiamato "Goals of community mitigation", che rappresenta gli effetti degli interventi di distanziamento sociale sulla diffusione di un virus simile a Covid-19.

Coronavirus e rassicurazionismo

Ora che si intravede il raggiungimento del picco dei casi di Covid-19 e quindi a breve l’inizio della discesa, si comincia  a giocare una partita importantissima, dove la diminuzione dei contagi e lo stress da clausura domestica indurrà la gente a allentare le precauzioni, generando proteste e una ripresa del contagio. Come accaduto nel primo mese dell’epidemia, anche ora è quanto mai importante una comunicazione responsabile da parte di autorità e media.

Un po’ di silenzio, prego!

"Siamo cittadini che nulla sanno ma che discutono animatamente di ciò che non sanno", scrive Giovanni Boniolo, tutti "esperti" del nulla ma cooperanti nell’aumentare quel rumore di fondo che, in tempi di Covid-19, è virologia, farmacologia e soprattutto epidemiologia (e quindi statistica). A parte mettersi le mani nei capelli e chiedere il silenzio, vale la pena leggere un punto del “Richiamo sul rispetto dei principi vigenti a tutela della correttezza dell’informazione con riferimento al tema Coronavirus Covid-19”, redatto a marzo dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. E, per gli esperti, ricordare che la discussione con i "venditori di nulla", l'autorevolezza si annulla, andando a mischiarsi con il rumore di fondo.
Crediti immagine: me_vanou/Flickr. Licenza: CC BY-ND 2.0

Siamo figli di una tradizione che ha una lunga, lunghissima storia, ma non sempre ce ne curiamo, molte volte intenti solo a sguazzare nel nostro quotidiano e interessati a parlare, parlare, parlare di tutto e sempre. Eppure, mai come in questi tempi il tacere sarebbe auspicabile.

SARS-CoV-2: la bufala degli Ogm e il salto di specie

Un articolo pubblicato la scorsa settimana su Il Manifesto sostiene che il salto di specie del nuovo coronavirus sia imputabile agli organismi geneticamente modificati, o transgenici. Una teoria che non ha alcuna base scientifica e che richiama, ancora una volta, alla necessità di verificare le fonti.
Crediti immagine: Frederick Burr Opper/Wikimedia Commons. Licenza: dominio pubblico

Il «passaggio di specie» di un organismo patogeno dall’animale all’essere umano, che spiega la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2, sarebbe colpa, tra le altre, dell’introduzione nell’ecosistema di organismi geneticamente modificati (Ogm). Questa la fantasiosa teoria elaborata in un articolo che sta facendo il giro dei social, nell’incredulità degli esperti: «Il virus degli Ogm nel “salto di specie”» pubblicato il giovedì 12 marzo su ilmanifesto.it, a firma di Francesco Bilotta.

Alcuni punti fermi sul coronavirus

Quattro punti, riguardanti l'epidemia di SARS-CoV-2, su cui non si è sufficientemente insistito; quattro punti che potrebbero aiutare a ricordare fatti acquisiti di cui non si parla e fare alcune ipotesi ragionevoli che potrebbero aiutare a ricondurre l’atmosfera nei limiti della naturale attenzione richiesta.
Nell'immagine: immagine al microscopio elettronico a trasmissione del nuovo coronavirus, isolato da un paziente negli Stati Uniti. Crediti: NIAID/Flickr. Licenza: CC BY 2.0

L’articolo del 9 febbraio "2019 n-CoV: dobbiamo proteggerci anche dall’infodemia" aveva come bersaglio i limiti dell’informazione sul problema dell’attuale emergenza, ed è stato evidentemente gradito, giudicando dal numero di letture.

La paura ai tempi del Coronavirus

Riprendere la teoria della comunicazione del rischio per spiegare il crescere della paura per le malattie. Quelle infettive, però. Come spiegano Fabrizio Bianchi e Liliana Cori in quest'articolo, infatti, "la combinazione tra modalità di trasmissione, meccanismo di generazione di malattia, gestione del rischio e paura intrinseca travalicano l’entità dell’impatto sulla salute"

Insieme all’epidemia si diffonde e cresce la paura. Non è una novità, anzi è una costante che riguarda soprattutto le malattie infettive, mentre è molto attenuata o flebile a riguardo delle malattie non trasmissibili. Il perché è rintracciabile nella teoria della comunicazione del rischio, riscontrabile nella storia della salute pubblica, e confermato anche dalla attuale vicenda del COVID-19.

2019-nCoV: dobbiamo proteggerci anche dall'infodemia

Siamo esposti a un profluvio di fatti, fattoidi e falsità, cui tutti i sistemi di informazione, reali e virtuali, fanno da immediata cassa di risonanza. Come possiamo eliminare il rischio che le informazioni passino senza che un pubblico non formato a trarre giudizi corretti, presentate da chi non ha le capacità tecniche di comprendere appieno ciò che riporta, porti per via democratica alle peggiori decisioni possibili? L'articolo di Ernesto Carafoli ed Enrico Bucci per la nostra rubrica Vero o Falso, si occupa di questo. Nell'immagine: un mercato a Wuhan chiuso dopo l'epidemia di coronavirus. (Crediti: Felix Wong/SCMP)

La comparsa, lo scorso gennaio, nella provincia cinese dello Hubei della patologia simil-influenzale provocata dal nuovo coronavirus “2019-nCoV” ha letteralmente sconvolto la scena internazionale con un crescendo di informazioni e iniziative assolutamente senza precedenti. Misure draconiane, che di fatto hanno isolato la Cina dal resto del mondo, sono state immediatamente messe in atto da gran parte dei Paesi occidentali, e gli organi d’informazione, sia stampati che televisivi, hanno fatto a gara nel fornire panorami di vivissima preoccupazione sui possibili rischi dell’infezione.